mercoledì 15 novembre 2017

Enea: figlio di Dio e servo di Maria











Beato Enea da Faenza

15 novembre

Il culto è accertato dall’esistenza di un affresco, ora nel vescovado, nella Chiesa dei Servi di Maria a Faenza. Altre opere d’arte lo raffiguravano con altri beati dell’Ordine dei Serviti. Nulla si conosce della sua vita, secondo alcuni è moro il 15 novembre 1437. Questa potrebbe essere la data della memoria liturgica. Il culto non è ancora stato riconosciuto dalla S. Sede: si può dire che è beato per volontà di popolo!

martedì 14 novembre 2017

Decreti 8 novembre 2017



BEATI

- il martirio del Servo di Dio Giovanni Brenner, Sacerdote diocesano; nato il 27 dicembre 1931 a Szombathely (Ungheria) e ucciso in odio alla Fede il 15 dicembre 1957 a Rabakethely (Ungheria);

- il martirio della Serva di Dio Leonella Sgorbati (al secolo: Rosa), Suora professa dell’Istituto delle Missionarie della Consolata; nata il 9 dicembre 1940 a Rezzanello di Gazzola (Italia) e uccisa in odio alla Fede il 17 settembre 2006 a Mogadiscio (Somalia);

VENERABILI

- le virtù eroiche del Servo di Dio Giovanni Paolo I (Albino Luciani), Sommo Pontefice; nato il 17 ottobre 1912 a Forno di Canale, oggi Canale d’Agordo (Italia) e morto il 28 settembre 1978 nel Palazzo Apostolico in Vaticano;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Gregorio Fioravanti (al secolo: Lodovico), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori, Fondatore della Congregazione delle Suore Francescane Missionarie del Sacro Cuore; nato a Grotte di Castro (Italia) il 24 aprile 1822 e morto in Gemona (Italia) il 23 gennaio 1894;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Tommaso Morales Pérez, Sacerdote professo della Compagnia di Gesù, Fondatore degli Istituti Secolari Cruzados e Cruzadas de Santa María; nato a Macuto (Venezuela) il 30 ottobre 1908 e morto il 1° ottobre 1994 ad Alcalá de Henares (Spagna);

- le virtù eroiche del Servo di Dio Marcellino da Capradosso (al secolo: Giovanni Maoloni), Laico professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; nato il 22 settembre 1873 a Villa Sambuco di Castel di Lama (Italia) e morto il 26 febbraio 1909 a Fermo (Italia);

- le virtù eroiche della Serva di Dio Teresa Fardella, vedova De Blasi, Fondatrice dell’Istituto delle Suore Povere, Figlie di Maria della Santissima Incoronata; nata a New York (Stati Uniti d’America) il 24 maggio 1867 e morta il 26 agosto 1957 a Trapani

E poi

- le virtù eroiche del Beato Bernardo di Baden, Marchese di Baden; nato tra la fine del 1428 e gli inizi del 1429 nel castello di Hohenbaden (Germania) e morto il 15 luglio 1458 a Moncalieri (Italia);

Amo l'Italia!





Amo l'Italia!
È un sentimento così forte in me che quando sono in giro tra i suoi monti e colli, fiumi o valli, o guardo il mare che la bagna, mi commuovo.
Ma sapere che non sarà ai mondiali di calcio, mi dà una certa soddisfazione. Infatti non amo un pallone che rotola su un campo, ma amo quel campo!
Sono contento perché non si ama una terra solo quando gioca a calcio, ma la si ama sempre!
Non sono italiano solo quando devo tifare la nazionale ai mondiali, ma sono italiano ...perché il buon Dio mi ha fatto nascere qui e questo è per me un vanto.
Vorrei un'Italia più unita, più amata e rispettata dai suoi cittadini.
Vorrei degli italiani che si rammaricassero perché in qualche paese non c'è ancora l'acqua, come se mancasse a tutti; e gioissero per una cosa bella che accade in un altro dei suoi paesi, come accadesse dovunque.
Questo è un popolo!


Credo che un anno senza mondiali farà solo bene.

"E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente"

(Giacomo Leopardi)

domenica 29 ottobre 2017

L'inglese martire in africa





 
Martirologio Romano, 14 novembre: Ad Algeri nell’Africa settentrionale, san Serapione, che, primo nell’Ordine della beata Maria della Mercede, meritò di ottenere la palma del martirio lottando per la liberazione dei prigionieri cristiani e la predicazione della fede.
Di origine inglese, San Serapio, nacque verso l'anno 1179. Entra nell’esercito ed è presente nella corte d'Austria. Nel 1217 partecipa alla crociata in Terra Santa e poi fu destinato alla guerra contro i Mori in Spagna. Qui conobbe S. Pietro Nolasco e commosso dalla carità dei Mercedari, nel 1222 ricevere l'abito di cavaliere laico dell'Ordine. Le sue qualità lo fecero nominato maestro dei novizi. Uomo di grande fede, insegnò più con la vita, che con le parole, forgio religiosi illustri, tra questi: San Raimondo Nonnato.
 
Suo grande desiderio era operare con l’Ordine opere di redenzione e sebbene non fosse sacerdote, riuscì a portarne moltissime a Cristo. La sua missione di redenzione si compì ad Algeri, e fu pegno per alcuni schiavi in pericolo, ma la somma pattuita per il riscatto non arrivò in tempo e i Mori lo inchiodarono ad una croce di S. Andrea e lo squartarono crudelmente: era il 14 novembre 1240.
La conferma del culto, già diffuso nell’Ordine, ebbe luogo nel 1625 ad opera di papa Urbano VIII e venne canonizzato nel 1743 da papa Benedetto XIV. La sua memoria liturgica cade il 14 novembre.
 

Ecco una vita che corrisponde fino in fondo al comandamento dell’Amore. Non muore per solo per un accanimento verso un ideale, ma perché amando Dio Padre, offre la sua vita per riscattare dalla schiavitù e dare libertà ai figli dello stesso Padre, fratelli nello stesso Cristo:
Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.
 

domenica 22 ottobre 2017

San Felice di Roma - Calepodio




In Italia presso il borgo di San Felice al Lago (già Figadelli) in provincia e diocesi di Bergamo è venerato San Felice Martire.
Chi è questo S. Martire che dal 1927 prende il nome questo paese sul lago di Endine?
San Felice al Lago è frazione del comune di Endine Gaiano (BG).
La parrocchia di S. Michele Arcangelo custodisce le sue reliquie dal XVII secolo, estratte dalla catacomba di Calepodio e autenticate nel 1684.
Chi è appassionato dell’argomento, sa bene di cosa stiamo parlando: è un corpo santo o martire delle catacombe.
Il Martire delle Catacombe è un corpo santo identificato tra le sepolture delle catacombe romane o in altre necropoli cristiane, che traslato e autenticato dalla competente autorità ecclesiastica, tra la fine del XVI secolo e la seconda metà del XIX secolo, fu inviato ed è venerato in modo privato o pubblico nelle chiese dell’Urbe e dell’Orbe, come segno di comunione nella fede cattolica ed esempio di testimonianza cristiana.
San Felice di Calepodio è festeggiato quale patrono della frazione l’ultima domenica di agosto insieme all’Arcangelo Michele.

L’immagine che raffigura i due patroni è alquanto curiosa. Si ha la sensazione che il pittore abbia voluto dare al santo Martire il volto di qualcuno, perché è strano trovare un martire delle catacombe calvo. Il Martire regge con la mano sinistra la palma del martirio e con la mano destra indica la Vergine Madre, Madonna del Buon Consiglio, chiesetta in cui è custodita l’opera.

mercoledì 11 ottobre 2017

Sant'Emmanuela?













Ma non mi fai gli auguri di buon onomastico, oggi è santa Emmanuele?


Così oggi mi è stato rimproverato.


Eh! Ma non esiste nessuna Sant’Emmanuela.


No, no, c’è!


Mah! Cerco.


"L'onomastico può essere festeggiato l'11 ottobre in memoria di santa Maria Soledad Torres Acosta, al secolo Bibiana Antonia Manuela, fondatrice delle Serve di Maria Ministre degli Infermi", si leggeva su Wikipedia.


Questo accostamento è non consono con l'onomastica, se no ad esempio il 23 settembre si può festeggiare l'onomastico di Francesco, perché San Pio da Pietrelcina (commemorato il 23 settembre) è al secolo Francesco Forgione, e gli esempi sono molti.


Per cui il rimando onomastico deve avere come riferimento i santi di nome Emanuele\Manuele (es. Sant’Emanuele di Anatolia, 26 marzo) o alla beata martire di Madrid: Emanuela del Sacro Cuore di Gesù (al secolo Manuela Arriola Uranga), commemorata il 10 novembre.


Quindi l'11 ottobre non è Sant'Emmanuela!

venerdì 6 ottobre 2017

San Felice di Thibiuca, di Venosa o di Nola?




San Felice V. M. di Thibiuca (Africa)
patrono di S. Felice sul Panaro (MO)


Se sul web si cerca il santo patrono di Venosa,
si trovano questi fonti.
Leggendole, si nota un po' di caos.
Mi sono fatto un'opinione.
A voi la vostra.


Santi Felice, Adautto e Gennaro Martiri venerati a Venosa
24 ottobre († 303)


Le passiones oggi possedute, dipendenti da una passio di un contemporaneo, sono state interpolate con ogni probabilità da autori dell'Italia meridionale, giacché il luogo del martirio del vescovo africano Felice è trasferito da Cartagine a Venosa nella Puglia od a Nola nella Campania. Queste passiones sono state poi riassunte in vari Martirologi con altre deformazioni od aggiunte. Il Delehaye ha cercato di togliere gli elementi leggendari presentando la probabile redazione primitiva.
Il magistrato di una località non molto distante da Cartagine, Thibiuca, oggi Zoustina (il nome è però trascritto in documenti antichi e recenti in vari modi: Tibiura, Tubioca, Tubzack, ecc.), eseguendo gli ordini imperiali, nel giugno del 303, chiamò in tribunale il prete Afro ed i lettori Cirillo (Giro) e Vitale. Alla richiesta di consegnare i libri sacri, Afro rispose che erano in possesso del vescovo Felice, in quel giorno assente dalla città. Il giorno seguente fu la volta del vescovo, il quale anche lui, alla richiesta del magistrato di consegnare i libri sacri, oppose un netto rifiuto. Furono concessi tre giorni di tempo per riflettere, passati i quali Felice venne inviato a Cartagine al proconsole Anulino. Dopo quindici giorni di permanenza in carcere fu sottoposto ad interrogatorio: gli furono nuovamente richiesti i libri sacri che il vescovo non volle consegnare, e per conseguenza fu condannato alla decapitazione. Aveva allora cinquantasei anni. La sentenza fu eseguita il 15 luglio; fu sepolto nella basilica di Fausto, celebre per i molti corpi di martiri ivi sepolti (cf. Mansi, VIII, col. 808). In alcuni martirologi è menzionato il 30 agosto (forse perché ci fu confusione con i martiri romani Felice ed Adautto commemorati nella stessa giornata). In altri Martirologi la festa è al 24 ottobre.

Meritano segnalazione le aggiunte leggendarie, perché denotano l'estensione del culto di Felice nell'Italia meridionale. Nella prima parte queste passiones riferiscono l'interrogatorio e gli episodi sopraddetti, differendo specialmente nella parte finale. Infatti il proconsole Anulino non avrebbe impartito l'ordine di decapitazione bensì quello di inviare Felice in Italia. La descrizione del viaggio presenta notevoli differenze da testo a testo; secondo una narrazione Felice transitò per Agrigento, Taormina, Catania, Messina ed infine giunse a Venosa ove il prefetto lo fece decapitare (30 agosto). Mentre un'altra versione riferisce che Felice fu inviato a Roma e quivi condannato a seguire gli imperatori, per cui giunse a Nola ove venne ucciso il 29 luglio (in altro testo c'è la data del 15 gennaio). Le reliquie furono poi trasferite a Cartagine. Secondo il primo racconto a Venosa furono martirizzati i compagni di Felice il prete Gennaro ed i lettori Fortunanzio e Settimio. Il Martirologio Romano, copiando da quelli di Usuardo ed Adone, nomina invece, come compagno di Felice, Adautto. L'aggiunta di questo nome è facilmente spiegabile: a Roma erano venerati il 30 agosto Felice ed Adautto, per cui i compilatori confusero il Felice romano con il Felice cartaginese.

Resta la questione di Felice venerato nell'Italia meridionale ed in particoiar modo a Venosa. Si tratta indubbiamente del santo di Thibiuca: lo affermano le stesse passiones leggendarie. Il fatto del culto, assai antico, può essere dipeso dalla presenza di reliquie del martire africano. Agli agiografi italiani non fu poi difficile spiegare la venerazione descrivendo il martirio come avvenuto a Venosa od a Nola. Nella leggenda di Venosa sono menzionati i martiri compagni di Felice, Gennaro, Fortunaziano, Settimino. Si tratta probabilmente di santi africani (cf. Lanzoni, pp. 286-87) facenti parte di una complessa leggendaria vicenda riguardante altre città dell'Italia meridionale. Con ogni probabilità il compilatore italiano ha sostituito ad Afro e compagni, menzionati negli Atti autentici, altri martiri venerati a Venosa ed in altre località della zona.

Autore: Gian Domenico Gordini in Bibliotheca Sanctorum

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SAN FELICE VESCOVO MARTIRE a S. FELICE SUL PANARO (MO)
Chi era il Vescovo Felice? Egli nacque verso l'anno 247. Probabilmente non era nativo dell'Africa, ma vi fu inviato dal Sommo Pontefice dalla natìa Sicilia.
Il 5 giugno dell'anno 303 uscì un editto degli imperatori Diocleziano e Massimino che vietava ai cristiani di riunirsi liberamente, ordinava la distruzione di tutti i libri sacri e delle loro chiese.
Per ordine del governatore, fu arrestato il Vescovo Felice e portato alla presenza del giudice che, gli intimò la consegna dei libri sacri. Egli si rifiutò decisamente di consegnare i testi sacri. All'alba del 25 luglio la nave del prefetto partiva per l'Italia: su di essa vi fu caricato anche il Vescovo Felice, in pessime condizioni di salute.
A Venosa il prefetto, vista la sua costanza, condannò San Felice a morte mediante decapitazione. Si narra che la luna in quella notte si tingesse e ricoprisse del colore del sangue.
Giunto al luogo del supplizio, l'uomo di Dio s'inginocchiò, e dopo aver raccomandato la sua anima al Padre, offrì il suo capo al carnefice. Era il 30 agosto dell'anno 303.

Il corpo di Felice fu sepolto dai cristiani nel luogo dove morì. Pare che un gruppo di coloni d'Africa, per sfuggire alla invasione dei Vandali nel 429 si rifugiasse in Italia, stabilendosi nella bassa modenese in una località dove già sorgeva una chiesetta. Avevano portato con sé una reliquia del loro patrono San Felice. Attorno alla chiesa sorse un villaggio che prese il nome del santo ormai noto e venerato: "San Felice".
Solo verso il 960/970 si parla di una vera ed organizzata comunità cristiana a San Felice, comunità che ha dato poi vita a quelle di Rivara e San Biagio.
San Felice, secondo documenti dell'Archivio Capitolare di Modena, già nel 1026 era tra le più antiche pievi della bassa modenese. Ciò prova che la nostra comunità aveva già fino al mille un certo ascendente religioso sulle chiese e cappelle del vicinato.
I documenti del nostro archivio parlano di un'attiva e costante partecipazione popolare nei vari secoli alla vita religiosa che aveva il suo centro nella chiesa della comunità.
Anche negli ultimi cento anni le tante attività religiose si sono rinnovate e ripetute per l'incisiva azione pastorale di zelanti e validi parroci. Una prova di tali esperienze di fede può essere data dal fatto che in questi ultimi 50 anni, così turbolenti e così caratterizzati anche in senso anti cristiano, nella nostra bassa, San Felice con le sue filiali Rivara e San Biagio, ha saputo difendere le proprie tradizioni e la propria fede senza tradire il suo passato cristiano.




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San Felice Vescovo e soci martiri
patrono di Venosa (PZ)

San Felice di Thibiuca (... – Cartagine, 15 giugno 303) è stato vescovo di Thibiuca (o Tubzak, odierna Henchir-Gâssa in Tunisia), martire sotto Diocleziano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e patrono di Venosa.
Nel 303, Magniliano, magistrato di Thibiuca, una località vicino Cartagine, eseguendo gli ordini imperiali, fece convocare in tribunale il vescovo Felice, il quale si rifiutò di consegnare alla magistratura civile i Libri sacri. Venne inviato a Cartagine dal proconsole Anulino e dopo alcuni giorni di carcere, al nuovo rifiuto del vescovo, venne condannato alla decapitazione.
Secondo la sua stessa testimonianza raccolta in punto di morte, aveva 56 anni; la sentenza sarebbe stata eseguita il 15 luglio del 303; il suo corpo venne sepolto nella basilica di Fausto, celebre per le tante sepolture di martiri cristiani.
Il Martirologio romano lo riporta alla data del dies natalis, il 15 luglio:
«A Cartagine, nell’odierna Tunisia, sulla via detta degli Scillitani nella basilica di Fausto, deposizione di san Felice, vescovo di Tubzak e martire, che, ricevuto dal procuratore Magniliano l’ordine di dare alle fiamme i libri della Bibbia, rispose che avrebbe bruciato se stesso piuttosto che la Sacra Scrittura e fu per questo trafitto con la spada dal proconsole Anulino. »

Alcune reliquie di san Felice giunsero in qualche modo dall'Africa a Venosa; qui si propagò il culto per il coraggioso vescovo martire al punto da far scaturire leggendarie ricostruzioni della sua vita, secondo le quali non avrebbe subito il martirio a Cartagine, bensì a Venosa dove era stato inviato in esilio. È attualmente compatrono di Venosa.
Fonte Wikipedia.it


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Storia di un patrono: chi era San Felice?
Oggi, 24 ottobre, a San Felice si festeggia il santo patrono. Un patrono che tuttavia, con il paese e con la Bassa in generale, storicamente non ha nulla a che vedere. Eppure San Felice di Tubzak, a tutti gli effetti, è il protettore dei sanfeliciani, e sarebbe a questo punto interessante uno studio storico capace di ricollegare la sua figura, eventualmente, al nostro territorio, come invece accade per San Possidonio, non escludendo peraltro che si possa trattare, semplicemente, di una casualità.
Questo non è uno studio storico, ma se non altro cercheremo di chiarire un po’ di quale San Felice si tratti, dal momento che sono numerosi i Felice venerati dalla Chiesa. Il “nostro” è, come detto, San Felice di Tubzak, nato presumibilmente nel 247 d.C. e morto nel 303, era un vescovo nordafricano – Tubzak era una provincia romana dell’Africa Proconsolare, non lontana da Cartagine – della cui vita e del cui martirio così scrive Antonio Borrelli sul portale specializzato Santiebeati.it: “Nel giugno del 303, il magistrato di una località vicino Cartagine, Tubzak o Thibinca oggi Zoustina, eseguendo gli ordini imperiali, fece convocare in tribunale il prete Afro ed i lettori Cirillo e Vitale, chiedendo loro di consegnare i libri sacri, essi risposero che erano in possesso del vescovo Felice, in quel giorno assente dalla città. Il giorno seguente fu la volta del vescovo, il quale oppose un netto rifiuto alla richiesta del magistrato; gli fu dato tre giorni di tempo per riflettere, trascorsi i quali Felice venne inviato a Cartagine dal proconsole Anulino. Dopo 15 giorni di carcere, alla nuova richiesta di consegnare i libri sacri, il vescovo si rifiutò ancora e pertanto venne condannato alla decapitazione, aveva 56 anni; la sentenza fu eseguita il 15 luglio del 303; il suo corpo venne sepolto nella basilica di Fausto, celebre per i molti corpi dei martiri lì sepolti”.
San Felice di Tubzak è venerato in Lucania, a Venosa (Potenza), dove si ritiene siano state traslate un tempo le sue reliquie. Con San Felice sul Panaro, ad ogni modo, non pare avere alcun legame. Peraltro, scorrendo i Martirologi, vi è scarsa coincidenza nelle date: 15 luglio (secondo il Martyrologium romanum), 30 agosto (verosimilmente in confusione con un altro San Felice) e 24 ottobre sono le date in cui viene ricordato, ma di certo non v’è dubbio che sia proprio oggi, 24 ottobre, la festa del patrono di San Felice sul Panaro che è, appunto, San Felice di Tubzak.




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FELICE DI THIBIUCA
Vescovo e martire in Africa (morto nel 303) Felice, vescovo di una provincia della Proconsolare, forse di Thibiuca (nella regione di Cartagine), è una delle vittime del primo editto di persecuzione emanato alla fine del febbraio 303, che obbligò i cristiani a consegnare i libri sacri e gli edifici destinati al culto: l'applicazione di questo editto fu particolarmente severa in Africa.
Possediamo i verbali processuali dell'interrogatorio, che si succedono in ordine logico. Il magistrato municipale, Magniliano, fa dapprima comparire i chierici, in assenza del vescovo, e poi il vescovo in persona. Magniliano gli ingiunge: "Consegna i libri sacri, perché possano essere bruciati".
Felice risponde: "meglio che sia bruciato io piuttosto che le Scritture divine, perché è meglio obbedire a Dio che agli uomini". Dopo tre giorni di riflessione, Felice persiste nel suo rifiuto e viene mandato a Cartagine: lì, per ordine del legato, è incarcerato. Dopo sedici giorni di prigione, Felice è condotto in catene dal proconsole Anulino nella quarta ora della notte.
Egli rifiuta ancora di consegnare le Scritture, ed il proconsole ordina di decapitarlo. Prima di morire, Felice proclama solennemente la sua fede: "Dio del cielo e della terra, Gesù Cristo, tu che rimani in eterno, io piego la mia testa davanti a te come una vittima". Fu decapitato il 15 luglio del 303 e deposto nella basilica di Fausto, sulla via detta degli Scillitani. E' probabile che una parte delle reliquie del martire sia stata trasportata da Cartagine in Italia al momento dell'invasione dei Vandali.
Più città italiane rivendicarono l'onore di possederle (in particolare Venosa nell'Italia meridionale) e rimaneggiarono la storia del martire in modo tale da giovare alla sua gloria ben meno che alla gloria della città. E' festeggiato il 24 ottobre.




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Secondo me è un solo santo, Felice di Thibiuca, le cui reliquie dall'Africa arrivarono sulle coste del Sud Italia, e si crearono due poli di culto: Venosa e Nola. Da qui poi il culto poi si è diffuso a San Felice sul Panaro.

Che ne pensate?

mercoledì 4 ottobre 2017

1967 - 2017: Maria Fortunata Viti






Veroli, città incantevole della Ciociaria. Secondo la tradizione evangelizzata già nel I secolo da Maria Salome, madre degli Apostoli Giovanni e Giacomo, ivi morta e sepolta. Vanta anche due martiri Biagio e Demetrio, cristiani verolani del I secolo.


Frutto di questa fede è Anna Felice, nata a Veroli il 10 febbraio 1827 da Luigi Viti e Anna Bono.
Maria Fortunata, così il nome da monaca benedettina, è vissuta in una famiglia numerosa: ben 9 figli. A 14 anni, rimasta orfani della pia madre, si prende cura di tutto: fratelli e casa, visto che il padre trascurava il suo dovere.
Questa vita di sacrifico per amore, la porta a una scelta vocazionale di dono, e il 21 marzo 1851, a 24 anni, entra in monastero, nel locale monastero benedettino di S. Maria de’ Franconi.

Una vita umile e fulgida per la carità. Stupita dal creato in cui mirava il Creatore. Visse la sua vocazione monastica come membra dell’unico corpo di Cristo: la Chiesa. Di cui si sentiva parte e per la quali offriva se stessa. Prima di morire esclamò: Quando sarò in Cielo continuerò a pregare per il mio prossimo.

Maria Fortunata visse 71 anni di vita monastica, e all’età di 96 anni chiuse la sua lunga giornata sulla terra, era il 20 novembre 1922.

Dopo la morte le furono attribuite molte grazie, e fu aperta la causa di beatificazione che si concluse con la beatificazione in San Pietro. ad opera del beato Paolo VI, l’8 ottobre 1967.

Sono passati 50 anni da questo evento importante per la comunità cristiana di Veroli.

Beata Maria Fortunata Viti,
tu che guardando tutte le creature di Dio e le bellezze della natura, solevi esclamare: Potenza e Carità di Dio!, insegnaci ad elevare la mente e il cuore dalle cose visibili alle cose invisibili, per cui siamo stati creati.

Amen.











sabato 16 settembre 2017

S. Eufemia, prega per noi!



Santa Eufemia di Calcedonia


PROGRAMMA FESTA

SAN SOSTENE DI CALCEDONIA

Dal 16 al 18 settembre

Don Roberto Celia, parroco di San Sostene Marina (CZ)
 
Sabato 16:
ore 17,30 arrivo statua del nostro patrono San Sostene, incrocio via Leopardi e Pertini, processione fino alla Chiesa.
Ore 18,00 S. Messa solenne e concelebrazione

Domenica 17:
S. Messa ore 10,00
S. Messa ore 18,00 celebra Don Vincenzo

Lunedi 18:
ore 10,00 S. Messa di inizio anno scolastico con gli alunni e docenti della scuola di San Sostene Marina.
ore 18,00 S. Messa e saluto. Celebra Don Vincenzo.
Prima della processione e saluto, dalla chiesa all’incrocio, in Piazza G. Gentile si svolgerà un momento di convivialità.
 
* * *
 

 
È certamente un evento storico, un unicum, che il Santo Patrono passi per le vie della frazione marina dell’unico comune d’Italia che porta il suo nome.
È un evento storico nel bicentenario (1817 – 2017), da quando Nicolò del Vecchio scolpi a Napoli il simulacro.
Il Signore che non fa accadere nulla per caso, ci sveli, come si svelò quel giorno a Sostene difronte alla giovane Eufemia, la sua strada, la sua volontà, il suo desiderio di Bene.
San Sostene, prega per noi!

venerdì 15 settembre 2017

martedì 12 settembre 2017

IL MARTIRE VINCENZO DI ROMA, il “Santo” di Acate - QUATER











Non si possono leggere queste cose




 


in questo articolo mancano tutti i casi citati nel libro di Don Rosario e altri casi di corpi detti di Vincenzo di Saragozza (Cusago, Torrecuso, ecc.), e poi non c'è la prova scientifica di quello che è a Roma in cui si dice nello stesso articolo


 




 


in questo articolo la tesi della conchiglia di Santiago è una caduta nel ridicolo, solo per difendere orgogliosamente la tesi, se le inventa tutte, come la storia dei grappoli d'uva e del perché è vestito da soldato e non da diacono. A pensare che a Cusago, "S. Vincenzo di Saragozza", è vestito da diacono sia la statua processionale e sia il simulacro con lo scheletro, ma se è ad Acate come può essere anche qui?


Forse perché sono altro?


 




 


Questo articolo fatto per contestare il mio




sulla questione del "crociato". Questione prima non affrontata e poi sono stati obbligati solo in apologetica (come sempre senza nominare, come già a Milazzo, dove alla fine però tutto è cambiato), segno che tutta la questione sul Santo di Acate è una tesi che si deve a tutti i costi realizzare. Ne va l'orgoglio!


Poi la questione della data: altro appiglio per portare acqua al mulino. Ma è solo una boiata. La memoria della traslazione non è portata nel Martirologio Romano (vedasi ad esempio quello del 1610, antecedente alla tesi dell'articolo), per cui? Solo congetture, per sostenere la tesi, quello conta!

sabato 9 settembre 2017

La Santa Bambina: il culto dell'infanzia della Vergine Madre di Dio





Il culto della Vergine Maria va dalla sua santa Infanzia alla sua Dormizione: dalla nascita alla gloria del Cielo.

Se vi dicessi Dom Isidoro o Chiara Isabelli Fornari, questi nomi, credo, ai molti, non dicono nulla. Ma nella storia della Chiesa e del culto mariano sono gli artefici e diffusori del culto della Santa Bambina o comunemente detta Maria Bambina. Siamo nel XVIII secolo.

Un olivetano ligure, Dom Isidoro, e una clarissa di Todi sono gli iniziatori di questo culto, e un simulacro plasmato dalle mani della Venerabile Chiara Isabella approda in Lombardia nel 1738.
 
 

Il grazioso simulacro era molto venerato ed era strumento di molte grazie. Con le soppressioni napoleoniche il simulacro passo di mano in mano, quando nel 1810 arrivo nella casa nel neonato istituto, allora chiamato delle Suore di Carità. In questa casa – in infermeria - avvennero miracoli e la città di Milano fu coinvolta in questa evento di grazia, tanto che l’istituto di suore fu detto di Maria Bambina, il luogo divenne un santuario, e l’immagine si diffuse ogni dove nelle nostre chiese e nelle nostre case.
Una intuizione dello Spirito che attraverso due anime sante divenne poi evento di grazia per il bene di molte anime.

Il dono di Dio è sempre un dono per il bene di tutti, in caso contrario non è dono di Dio, ma del divisore.
La Chiesa è una fucina di doni che concorrono alla costruzione della civiltà dell’amore.

Diceva Paolo VI: se vogliamo promuovere la civiltà dell’amore quale sarà il primo, il principale oggetto del nostro programma rinnovato e rinnovatore? Noi guardiamo alla vicenda storica, nella quale ci troviamo; e allora, sempre osservando la vita umana, noi vorremmo aprirle vie di migliore benessere e di civiltà, animata dall’amore, intendendo per civiltà quel complesso di condizioni morali, civili, economiche, che consentono alla vita umana una sua migliore possibilità di esistenza, una sua ragionevole pienezza, un suo felice eterno destino.
Anche il culto della Santa Bambina è per la salvezza, per costruire la civiltà dell'amore: la liturgia del giorno la definisce speranza e aurora di salvezza al mondo intero.

venerdì 25 agosto 2017

And it's the only thing we take with us when we die!














"Loving can heal, loving can mend your soul
And it's the only thing that I know, know
I swear it will get easier,
Remember that with every piece of you
Hm, and it's the only thing we take with us when we die"

" Amare può guarire, amare può riparare la tua anima,
Ed è l'unica cosa che so, che so
Giuro che diventerà più facile ricordarlo con ogni pezzo di te,
Ed è l'unica cosa da portare con noi quando moriamo".

(Ed Sheeran - Photograph)

martedì 22 agosto 2017

Ma che santo d'Egitto!






Ma che santo d'Egitto!

Una locuzione parecchio usata nel primo Novecento. Quale significato?

Afferma il giornalista Giorgio De Rienzo in corriere.it:

Ci sono due possibilità. La prima richiama le dieci piaghe d’Egitto, con cui Dio convinse il Faraone (secondo l’Esodo) a concedere la libertà agli ebrei di partire. In questo caso l’espressione indica qualcosa di terribile, che non si può accettare. La seconda fa riferimento all’Egitto come luogo lontano, dai costumi molto diversi dai nostri, che appaiono dunque stravaganti e inaccettabili.

Eppure i santi in Egitto ce ne sono stati tanti. Antichi martiri: come Caterina d’Alessandra (d’Egitto) o famosi monaci come Antonio abate, “Sant’Antoni del purscell”.

Ma anche Menna o Mina, Minas, Menas o Mena è un santo d’Egitto.  È considerato il santo più popolare in Egitto. La sua memoria ricorre il 15 del mese di Hathor (24 novembre) nella Chiesa Copta, mentre l'11 novembre secondo il Martirologio della Chiesa Cattolica e i Menologi della Chiesa Ortodossa.

Il culto di San Menna è assai antico, ma la sua passio originale è andata persa e fu riscritta successivamente sulla falsa riga di altri martiri. Certo è che Menna è egiziano: qui fu martirizzato e sepolto. La tradizione lo definisce soldato nell’esercito romano e militando nelle file dell’esercito a Cotyaeum in Frigia dovette lasciarlo allo scoppio della persecuzione operata da Diocleziano. San Menna iniziò un percorso di vita anacoretica, fatto di preghiera e digiuno. Non è chiaro se morì martire in Frigia o in Egitto, il Martirologio Romano così lo ricorda: Oltre il lago Mareotide in Egitto, san Menna, martire. (11 novembre).

Sul suo sepolcro nei pressi di Alessandria d’Egitto - oltre il lago Mareotide - fu costruita una chiesa meta di pellegrinaggi sino all’invasione araba del VII secolo. Tra il 1905 ed il 1908 furono scoperte le rovine di una basilica, un monastero, delle terme ed anche alcune piccole fiale con l’iscrizione “Ricordo di San Menna”, tutto ciò a tyestimonia l’antico culto. Le fiale erano utilizzate per attingere acqua da un pozzo attiguo al reliquiario. Fiale simili, ritrovate in Africa ed Europa, pare fossero utilizzate per custodire l’olio di San Menna prelevato dalle lampade della basilica del santo. Nel 1943 si progetto il restauro del luogo di culto.

Tracce del suo culto sono anche in Italia. La chiesa tra le più antiche d'Abruzzo (sec IX) a Lucoli (AQ) è dedicata a S. Martire egiziano.
San Menna d'Egitto è il patrono di Santomenna (SA). La tradizione afferma che prima dell'anno mille fu portato il culto di San Menna, ad opera dei soldati bizantini in stanza Compsa - oggi Conza della Campania – e qui costruirono una cripta dedicata al santo, nominando il luogo, ricco di sorgenti, Santomenna.



Infine perché è raffigurato con i cammelli?

Si racconta che mentre i fedeli portavano le reliquie del Santo per dare loro una sepoltura, giunto a presso il lago Mareotide - detto anche Maryut, Mariout o Mariut, un lago salmastro che si trova in Egitto nella parte occidentale del delta del Nilo, separato dal mar Mediterraneo da un cordone litoraneo su cui sorge Alessandria - il cammello che portava il l’urna non volle muoversi. Spostato su un altro cammello più forte, successe lo stesso. Allora si rassegnarono e capirono che era volontà di Dio, e lì deposero le reliquie. Per questo il santo è spesso rappresentato con ai piedi due cammelli adoranti.

Grazie per il dono di Concetta!



















Preghiera


Signore, Ti ringraziamo perché hai prediletto la tua Serva fedele Concetta Lombardo con i doni di una fede semplice e sincera, ispiratrice della sua vita umile e pia, e l’hai ricolmata del carisma evangelico dei puri di cuore, che volle difendere sino al sacrificio della vita. Degnati di glorificare la sua fedeltà assoluta al tuo amore perché, in virtù del ministero della Chiesa, sia onorata come modello di perfetta vita cristiana e invocata nelle necessità. Concedi anche a me, per sua intercessione, di crescere nella fede e di testimoniarla con la coerenza della vita. 
Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre.


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Concetta Lombardo nasce a Stalettì (CZ) il 7 luglio 1924 nella diocesi di Catanzaro-Squillace. Il padre Gregorio muore in un incidente quando lei ha sette mesi. Conosce la povertà, ma cresce sana e bella, assieme alla sorella Angelina, educata da mamma Giovanna Rauti, che si divide tra la famiglia e i lavori a giornata nei campi o a fare e vendere sapone. Anche Concetta, fatte le scuole elementari, lavora nei campi, sbriga le faccende domestiche, ricama e fa la sarta. Ogni giorno frequenta la parrocchia, dove è impegnata come catechista. La sua fede è semplice, ma soda e convinta: nutre il suo spirito di Parola e di Eucaristia e legge anche buoni libri, fornitigli dal suo parroco. Tra questi c’è anche la vita di Santa Maria Goretti. Ha cura del proprio cammino spirituale, formandosi nell’Azione Cattolica e nel Terz’Ordine Francescano.


È una ragazza seria, nelle parole e nei comportamenti. Era fidanzata di un giovane, ma questi, emigrato in Germania, lì si sposa. Lei se ne fa una ragione, accettando la volontà di Dio. Altre due persone esprimono a lei un pensiero di amore, ma sono allontanate da Vincenzo Messina il fruttivendolo-macellaio del paese vicino, Gasperina, che si invaghisce di lei a tal punto da trasformare in breve tempo quel sentimento in un’autentica ossessione. Il fatto di essere regolarmente sposato con una figlia non gli impedisce di progettare la sua vita accanto a Concetta, in un crescendo di proposte sempre più esplicite, fino al punto di proporle una convivenza. La conoscenza di Concetta, da parte di Vincenzo, era avvenuta in seguito al comparaggio che la sorella di Concetta, Angelina, aveva stretto con la famiglia Messina come madrina nel battesimo della loro figlia. La frequenza delle famiglie, con scambi di doni, come si è soliti fare in Calabria, accende la passione di Vincenzo. Quando la famiglia Lombardo si accorge delle attenzioni particolari del compare, rompe il comparaggio. Ma Vincenzo non demorde, insegue, pedina, insidia Concetta, la quale deve continuamente nascondersi e scappare per non incontrare il suo pretendente.


Concetta ha molto chiaro il principio dell’indissolubilità del matrimonio, dell’illiceità morale dell’adulterio, della peccaminosità di ogni relazione extraconiugale. Respinge il pretendente in nome dei suoi principi morali: “Tu sei sposato. Dio non vuole, questo è peccato”.


La presenza ossessiva di Vincenzo davanti a casa di Concetta e le minacce non velate, fino al punto di puntarle la pistola, assumono sempre più i contorni di un dramma.


Si arriva così al 22 agosto 1948, quando Vincenzo, dopo una notte insonne e tormentata, esce di casa alle quattro del mattino, dicendo alla moglie di voler andare a piangere la sua situazione ed a far piangere qualcun altro. Dopo aver vagato per prati e campi, si presenta dove Concetta sta raccogliendo fichi d’India insieme alla zia Maria e a zio Giovanni. Pistola in pugno, Vincenzo prima invita e poi intima a Concetta di seguirlo. La zia e un vicino, vista la situazione drammatica, invitano Concetta a seguire Vincenzo. Avrebbero provveduto loro a dire alla madre quello che era successo, ma Concetta si rifiuta “perché questo è peccato ed è uno scorno per la mamma”. Partono tre colpi di pistola: cade Concetta; quindi il Messina si suicida a pochi metri da lei.


Padre Pasquale Pitari, ofmcapp