giovedì 31 ottobre 2013

Decreti di Martirio e Venerabilità



La Chiesa avrà un nuovo Beato e tre Venerabili. Papa Francesco ha ricevuto, questa mattina, 31 ottobre 2013, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e ha autorizzato il Dicastero a promulgare i Decreti riguardanti il riconoscimento del martirio di Antonio Durcovici, Vescovo di Iaşi (Romania), e le virtù eroiche di tre religiose: Onoria Nagle, Celestina Bòttego, Olga della Madre di Dio.

Mons. Antonio Durcovici nacque ad Altenburg (Austria) il 17 maggio 1888. Fu ucciso in odio alla Fede nel carcere di Sighet (Bucarest, Romania), il 10 dicembre 1951, durante il regime comunista rumeno, dopo aver subito indicibili sofferenze per due anni in un lager della Moldavia durante la prima guerra mondiale, in quanto originario dell’Austria. Negli anni della dura persecuzione anticristiana rumena, nonostante le minacce del regime, svolse una fervida attività di apostolato visitando le parrocchie della Diocesi e annunciando il Vangelo. Venne arrestato nel 1949 e rinchiuso nel duro carcere di Sighet, dove morì a 63 anni. Il regime della Romania, come per tanti altri martiri della Chiesa, ha voluto cancellare ogni memoria del vescovo di Iaşi, non rimane alcun ricordo delle sue sofferenze durante la prigionia.




La prima delle tre nuove Venerabili, di cui la Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche, è Onoria "Nano" Nagle (in religione: Giovanna di Dio) - religiosa nata nel 1718 a Ballygriffin, Cork (Irlanda) e morta il 26 aprile 1784 a Cork (Irlanda) - fondatrice della Congregazione delle Suore della Presentazione della Beata Vergine Maria, che dedicò la sua intera vita all’assistenza e all'istruzione dei giovani, soprattutto i poveri.




Dopo di lei, Celestina Bòttego, fondatrice della Società Missionaria di Maria. Nata il 20 dicembre 1895 a Glendale (Ohio, Stati Uniti d'America) nel 1895, morì a San Lazzaro di Parma il 20 agosto 1980. Secondo la leggenda, la Venerabile non voleva fondare alcuna congregazione perché si riteneva “più adatta a guastare le opere di Dio che a farle”, mentre voleva fare solo “gli interessi di Gesù”. Dio, però, le ispirò questa forte missione e Celestina si impegnò nell'aiuto degli ultimi, degli ex carcerati, dei nomadi e diseredati.




Infine, Olga della Madre di Dio (al secolo: Olga Maria Fortunata Gugelmo), suora professa della Congregazione delle Figlie della Chiesa, nata a Pojana Maggiore (Vicenza) il 10 maggio 1910 e morta a Mestre l’11 aprile 1943. Di lei si ricorda soprattutto l’ideale mistico contemplativo dell’adorazione eucaristica che incentrò la sua vita, l'instancabile servizio in parrocchia, e una quotidianità vissuta sempre con fede profonda e amore autentico.

FONTE: Zenit.org

Servo di Dio Bèdros Mekhitar, prega per noi!





Servo di Dio Bèdros Mekhitar ( o Mechitar o Manukyan) è un monaco armeno, fondatore dell'Ordine Mechitarista.

La causa di Canonizzazione è stata introdotta dalla Diocesi di Sebaste (attuale Sivas) il 25 novembre 1903: quindi sono già trascorsi 110 anni, ma risulta ancora senza esito.

Mechitar è nato è nato a Sebaste, 7 febbraio 1676, attuale Sivas, nella Piccola Armenia. All’età di quindici anni entra nel convento di Surb Nshan (letteralmente Santo Segno), retto da monaci armeni di Sant'Antonio abate.

L’attività monacale di quel periodo in Armenia è molto ripiegata sul passato e il giovane Mechitar mal sopporta questa situazione. La sua irrequietezza lo porta a frequenti spostamenti da Sebaste a Erzerum e poi a Echmiadzin. Nel 1691 l’incontro con la cristianità occidentale attraverso un missionario gesuita, forse Jacques Villote, impressiona molto il giovane.

La chiesa armena è divisa da Roma in quanto formalmente monofisita, sebbene questa divisione sia dettata più da motivi storici che da una reale divisione su temi teologici. Questa divisione era mal sopportata da Mechitar che per tutta la sua vita cerca con tutti i mezzi di favorire il rientro nella comunione Cattolica dei credenti della Chiesa Apostolica Armena.

Nel 1696 parte per Roma dove intende approfondire i suoi studi, ma una grave malattia lo fa rientrare in patria. Quello stesso anno viene ordinato sacerdote e per quattro anni lavora al servizio della chiesa locale. Nel 1700 va a Costantinopoli e con una decina di discepoli inizia una vita comunitaria orientata alla predicazione e alla pubblicazione di scritti.

L'8 settembre 1701 festa della Natività di Maria la comunità si consacra al Signore con la protezione della Vergine. A causa della loro scelta entrano in conflitto con la Chiesa Apostolica Armena, e come cristiani sono mal visti dalla maggioranza mussulmana, costretti a spostarsi a Modone nella penisola di Morea, a quel tempo sotto controllo della Serenissima.

Nel 1705 la comunità presenta al papa Clemente XI la domanda d'approvazione dell’Ordine con queste parole:

«Lo scopo delle nostre Costituzioni è questo: anzitutto conservare la forma del monachesimo, che abbiamo preso dagli Armeni, così come la conservano i monaci armeni, non però senza i tre voti, che sono essenziali dello stato religioso»

A questi tre voti (castità, povertà e obbedienza) Mechitar volle aggiungervi un quarto: l’apostolato fino all’effusione del sangue. La sottolineatura dei voti è data dal fatto che nella tradizione del monachesimo armeno essi non venivano pronunciati esplicitamente. Questa non esplicita dichiarazione aveva portato ad un minor rigore dell’applicazione degli stessi nella vita monacale armena del tempo. Con il nome di Congregazione riformata dei monaci armeni di Sant'Antonio abate essa viene accettata dalla Chiesa Cattolica ad experimentum nel 1711.

Un'altra caratteristica peculiare dell’ordine è l’obbligo, per i suoi membri, di essere armeni almeno da parte di uno dei genitori. La richiesta viene accolta come detto, ma Roma pretende l’adesione della Congregazione a una regola accettata dalla Chiesa Cattolica: le opzioni sono tra la regola di San Basilio o di San Benedetto (la regola di Sant'Antonio abate non aveva una base scritta), Mechitar sceglie la regola di San Benedetto che è più affine al suo modo di intendere il monachesimo.

La permanenza di Mechitar nella penisola, gli permette di conoscere importanti uomini politici veneziani come: il futuro doge, allora ammiraglio, Alvise Sebastiano Mocenigo ed Angelo Emo che è governatore di Morea.

I venti di guerra che incombono sulla penisola fanno migrare l’Ordine a Venezia nel 1715. Temporaneamente vengono accolti presso la chiesa di San Martino, in attesa di una sistemazione definitiva che avverrà nel 1717 con l’assegnazione, da parte della serenissima, dell’isola di San Lazzaro dove vi ha la sua sede tuttora.

Mechitar muore il 27 aprile del 1749, lasciando una solida realtà religiosa nelle mani del suo giovane successore Stephanos Melkonian, che la conduce fino al 1800.

Seguendo l’esempio del fondatore, i monaci continuano il lavoro di riscoperta, di studio, di traduzione e di stampa di antichi scritti armeni e della traduzione in armeno di importanti opere sia classiche che della cristianità. Il lavoro di approfondimento e di studio di questa antica lingua ha permesso di riscoprire e far conoscere una ricca e importante letteratura.

La comunità, però, è scossa da tensioni che sfociano nel 1772 in una scissione. Un gruppo di monaci rimane a Venezia, mentre un altro abbandona San Lazzaro per dirigersi prima a Trieste, dove vengono ben accolti dall’impero austriaco, in seguito si postano definitivamente a Vienna ove svolgono tuttora la loro attività.

I due rami mechitaristi svolgono attività simili, ma si può dire che il ramo viennese è meno attento alle posizioni teologiche-canoniche della Chiesa Cattolica  rispetto a quello veneziano. L'Ordine, coerentemente con i suoi principi, ha dato un importantissimo contributo allo sviluppo culturale del popolo armeno.

Nel 2000 i due rami si sono ricongiunti, riportando l'Ordine all'originaria unità e, nel 2002, l'ordine contava 10 monasteri e 35 religiosi, 28 dei quali sacerdoti.


BIBLIOGRAFIA E SITI

* AA. VV. - Biblioteca Sanctorum (Enciclopedia dei Santi) – Voll. 1-12 e I-II appendice – Ed. Città Nuova
* C.E.I. - Martirologio Romano - Libreria Editrice Vaticana – 2007 - pp. 1142
* Grenci Damiano Marco – Archivio privato iconografico e agiografico: 1977 – 2013
* sito web di newsaints.faithweb.com
* sito web di wikipedia.org

San Faustino Martire, prega per noi!





“Oggi vorrei parlare di una realtà molto bella della nostra fede, cioè della "comunione dei santi". Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che con questa espressione si intendono due realtà: la comunione alle cose sante e la comunione tra le persone sante (n. 948). Mi soffermo sul secondo significato: si tratta di una verità tra le più consolanti della nostra fede, poiché ci ricorda che non siamo soli ma esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. Una comunione che nasce dalla fede; infatti, il termine "santi" si riferisce a coloro che credono nel Signore Gesù e sono incorporati a Lui nella Chiesa mediante il Battesimo. Per questo i primi cristiani erano chiamati anche "i santi". (Papa Francesco, 30 ottobre 2013)

Nella Parrocchia Santi Nazario e Celso alla Barona, sotto l’altare della Madonna, è esposta una teca in bronzo con quattro pareti in cristallo. Un cartiglio centrale riporta la scritta “San Faustino”.

Chi era San Faustino?
Come è giunto nella nostra chiesa?
Cosa contiene il vasetto?

San Faustino visse probabilmente nei primi anni del Cristianesimo e fu uno dei tanti cristiani martirizzati durante le prime persecuzioni romane, è certamente un “corpo santo”.

Il vescovo di Ancona, Achille Manara in una sua lettera del 3 gennaio 1880 certifica che il corpo fu trovato nel cimitero Callisto il 10 febbraio 1829 (forse) e collocato in una cassa di legno con iscrizioni; riconosciuto come “corpo santo” dalla Santa Congregazione delle Reliquie Sacre, di poi posto in una cassa di legno ornata di seta legata con una fascia rossa e sigillata dal Cardinale Cesare Nembrini Pironi Gonzaga e, su mandato del Sommo Pontefice Leone XIII, per la venerazione dei fedeli.

Il Beato Andrea Carlo Ferrari, Cardinale Arcivescovo di Milano, in una lettera datata 1 marzo 1886 dichiara che le sacra spoglie di San Faustino è stata donata alla curia milanese e da questa al Rev. Cesare Clerici, parroco della Parrocchia dei Santi Nazaro e Celso nel sobborgo della Barona.

Il verbale di ricevimento descrive “l’involto a forma umana contenente le Sacre reliquie suddivise in tanti pacchettini colla soprascritta dei nomi corrispondenti alle singole ossa” avvolte in carta gialla e stoppa.

Don Luigi Cattani, esperto in anatomia, il 27 febbraio 1897 esaminò i resti concludendo che appartenevano ad un uomo robusto di giovane età.

I resti furono ricomposti anatomicamente con filo d’argento, incollandoli su un cartone, rivestiti con una clamide bianca ed un mantello rosso, cinti di una corona dorata e posti in un urna dorata di oricalco (lega di rame e zinco simile all'ottone, di color oro) con le pareti di cristallo.

Ai piedi fu posto il vasetto con la scritta “Vas sanguinis”, ritrovato assieme alle sacre reliquie, contenente pezzetti di vetro curvo a riflessi splendenti e resti di calcinaccio bruno.

L’urna fu sigillata e il 28 febbraio 1897 solennemente collocato sotto l’altare maggiore della Chiesa, ora sotto l’altare della Madonna

San Faustino, da voci non confermate ma abbastanza autorevoli, sembra essere il santo patrono della “dolce morte”, in altre parole di quei casi in cui non vi è altra soluzione e si chiede di non soffrire ulteriormente.

Era venerato durante la festa patronale che anni fa si svolgeva in Agosto .

martedì 29 ottobre 2013

Martedì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)




“Se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.

Cosa attendiamo con perseveranza?
La gloria futura.
La libertà in Cristo di tutto: dell’umanità e della creazione, “nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.

Ma anche noi uomini facciamo parte della creazione, non siamo altro che parte di essa, quella parte che dopo della sua creazione, Dio, si riposò!
Cosa infatti leggiamo alla fine del capitolo primo della Genesi:
“Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno”.

Però c’è una differenza, se pur Dio, creando tutto, ci mise molta fantasia per l’uomo guardo se stesso: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”.
Quindi la nostra di creatura è fortemente divina. Noi siamo stati creati nella libertà di Dio, dimensione che abbiamo perso a causa del peccato, con tutta la creazione: “La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta”.

L’avvento di Gesù in mezzo agli uomini è riportare l’uomo al suo stato originale: Gesù “è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione” (Col 1,15), è il redentore, nel senso proprio di restauratore della creazione, “Principio della creazione di Dio” (Ap. 3,14).

Dio ci ha creati per essere custodi del creato, se pur noi siamo creature nel creato, ma con una scintilla di divino. Noi quindi siamo chiamati ad essere nel mondo: un granello della presenza divina, come il piccolo granello di senape, perché fatti a sua immagine e somiglianza; ma anche lievito che da vigore e valore ad ogni cosa, perché l’uomo è reso tale dalla scintilla divina che lo abita, come infatti il lievito da vigore e valore alla pagnotta di pane!

“Grandi cose ha fatto il Signore per noi”: perché anche noi, povere creature, ci prodighiamo a fare grandi cose in lui. Come fu il sì di Gesù, come fu il sì di Maria, come fu il sì ti tante creature, uomini e donne, che risplendono per le grandi opere che Dio ha fatto in loro.

Vergine Maria, in queste mese di abbiamo guardato ed abbiamo ripensato alle tue parole: “Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome”.
Prega per noi S. Madre di Dio, affinché anche noi siamo degni delle premesse Dio in Cristo Gesù: “Nella speranza infatti siamo stati salvati”.
Amen.

domenica 27 ottobre 2013

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)







“Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. (2 Tm 4, 6-8)

Guardiamo la vicenda di Paolo.
Ora la sua vita è al termine.
Egli ha una buona considerazione di sé.
Ha combattuto la battaglia, ha fatto il suo cammino fino in fondo, in sincerità e profondità, ed ha conservato la fede: l’ha custodita a costo della sua stessa vita.

Afferma il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et Spes:
“Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall'origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno.
Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio”. (GS 37)

Chissà quanto contemplazione, quanta preghiera ha vissuto l’Apostolo Paolo per vivere fino in fondo la sua vocazione (chiamata!), nel suo compito: seminare e rimanere unito al bene ... Gesù!

Una vita di preghiera, quella di Paolo, che doveva liberarlo da ogni presunzione di essere giusto ed avere una buona coscienza di se: liberarsi dal fariseo che lo abitava per abbracciare l’umiltà del pubblicano.

“Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all'età di otto giorni, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della Legge, irreprensibile.
Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo”. (Fil 3)
L’umiltà del pubblicano è la strada per vivere una preghiera feconda.

Come vivo la mia preghiera?

Il fariseo del racconto lucano appare colui che intesse con Dio un dialogo dove il centro è egli stesso. La preghiera non è specchio per la sua anima, nutrimento per seguire Gesù e forza per vivere la battaglia del bene.

Egli si confronta sulle malefatte altrui, non tanto guarda se, se nella sua vita la risplende la santità di Dio! Egli basta a se stesso!
Una preghiera così fatta non fa crescere!

“O Dio, abbi pietà di me peccatore”. La preghiera del pubblicano è invece essenziale, ma va all’essenza: di sé e di Dio.
Dio è colui che ha misericordia ed egli ha bisognoso di questa misericordia perché la sua vita non risponde sempre con fedeltà all’amore alla cui pienezza è destinata!

Stando al fariseo. Non basta non fare questo o quello (non rubo, non uccido, non bestemmio!), bisogna rispondere con generosità all’Amore.

Quindi “pregare sempre, senza stancarsi mai”, finché “attraversa le nubi … finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”, ma anche pregare perché la vita di ciascuno partecipi nel generare il Cielo sulla terra, una preghiera che porti la giustizia di Dio.

Solo un uomo umile e semplice, può mettersi al servizio del Signore "per realizzare sempre il più: il più perfetto, il più grande, il più gradito agli occhi di Dio". (S. Ignazio di Loyola)
 
Il farisero si sente lui "il più".
Viviamo allora una preghiera come incontro con il divino così che come il Santo vescovo di Antiochia, Ignazio, possiamo dire:
“Conservate il vostro battesimo come scudo, la fede come elmo, l’amore come lancia, la pazienza come armatura”. (Lettera a Policarpo). Amen.

Santi Palermitani del XIX e XX secolo




"Numerose e varie sono le motivazioni per cui la città di Palermo fa continuamente "notizia" sui mezzi di comunicazione nazionale: le vicende politiche, quelle legate alla criminalità organizzata, ecc.

Un aspetto di Palermo, ai più poco noto, è l'essere città di santi.
Il capoluogo siciliano, infatti, ha dato i natali e/o è stato luogo di azione apostolica fino al compimento della vita terrena di diversi uomini e donne, credenti in Gesù Cristo, la cui testimonianza al vangelo si è manifestata in modo evidente.

... diciotto protagonisti della vicenda ecclesiale e sociale palermitana dei secoli XIX e XX, di cui è in corso il processo di canonizzazione".

(da: M. Torcivia, Santi Palermitani, Rubettino, 2013)

1. Suor Maria Maddalena del SS. Crocifisso
2. Giovanni Battista Arista
3. Angelo Cantons Fornells
4. Giacomo Cusmano (Beato)
5. Vincenza Cusmano
6. fra Giuseppe Maria da Palermo
7. Suor Maria Dolores Di Majo
8. Francesco Paolo Gravina
9. Maria Carmelina Leone
10. fra Luigi Lo Verde
11. Maria Chiara Magro
12. Giovanni Messina
13. Marianna Orsi
14. Antonino Petyx
15. Suor Carmelina di Gesù Prestigiacomo
16. Giuseppe Puglisi (Beato)
17. Nunzio Russo
18. Suor Maria di Gesù Santocanale




Preghiera per la canonizzazione
dei “Santi Palermitani”

Signore Gesù,
ti ringraziamo per averci dato
……,
esemplare testimone di Gesù,
dedicato\a nella vita
interamente al tuo Regno,
nella testimonianza del Vangelo
come sorgente di salvezza
per la cultura e la società.
Fa' che il suo esempio
ci spinga ad amarti
come egli\ella ti ha amato.
La sua intercessione
ci sostenga e ci aiuti
nelle nostre necessità.
Dona alla Chiesa,
che egli\ella ha tanto amato e servito,
di poterlo\a onorare come santo\a accanto a te,
sui tuoi altari,
testimone di santità
a gloria della santissima Trinità.
Amen

giovedì 24 ottobre 2013

Rosario Livatino, "in odium fidei, uti fertur"




FRANCESCO MONTENEGRO

per grazia di Dio e mandato della Sede Apostolica

ARCIVESCOVO METROPOLITA DI AGRIGENTO


-Vista l’istanza del postulatore della causa di canonizzazione del servo di Dio ROSARIO LIVATINO con la quale si chiede l’introduzione di detta causa;
-sentiti i nostri fratelli dell’episcopato siculo ed avendo  avuto il loro parere favorevole con nota del 31 maggio 2010;

-ricevuto il “nihil obstat” della Congregazione delle cause dei santi prot. N. 2986-1/11 del 11 maggio 2011

DECRETIAMO

di accettare la predetta istanza del postulatore e di introdurre la causa di canonizzazione del servo di Dio ROSARIO LIVATINO, magistrato.

Rosario Livatino, è stato proposto come testimone del XXI secolo per la regione ecclesiastica siciliana, nel convegno ecclesiale della Chiesa Italiana tenutosi a Verona nell’ottobre 2006.

Rosario Angelo Livatino, nacque a Canicattì, provincia e Arcidiocesi di Agrigento il 3 ottobre 1952, primo ed unico figlio di Vincenzo Livatino, avvocato e di Rosalia Corbo. Fu educato ai più nobili ideali in seno alla famiglia, e trovò nei docenti, dalle elementari alle superiori, preziosi e validi educatori.
Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza all’università di Palermo, vinse il concorso ed entrò nella magistratura.
Per dieci anni, dal 1979 al 1989 fu Sostituto Procuratore della Repubblica ad Agrigento, dove si occupò di numerose inchieste di criminalità e di mafia.

Condusse le indagini su quella che sarà poi chiamata la tangentopoli siciliana. Non temette le vendette della criminalità e insieme ad altri magistrati scoprì numerosi intrecci malavitosi. Venne ucciso il 21 settembre 1990 in un agguato mafioso mentre si recava al lavoro senza scorta.
“Martire della giustizia e, indirettamente, della fede”: così Giovanni Paolo II definì il giudice Rosario Livatino.

La sessione introduttiva del processo verrà celebrata il giorno 21 settembre 2011 alle ore 18, anniversario della morte del servo di Dio, presso la Chiesa di San Domenico a Canicattì.
Si invitano tutti i fedeli che sono in possesso di scritti autografi e non, del servo di Dio ROSARIO LIVATINO di farne pervenire copia al Tribunale Ecclesiastico costituito per questo processo di canonizzazione, presso la nostra Curia Arcivescovile – via Duomo, 96 – Agrigento.

Agrigento, 27 giugno 2011
+ Francesco Montenegro

mercoledì 23 ottobre 2013

San Giovanni da Capistrano, prega per noi!




Per una felice coincidenza - o segno provvidenziale della storia - alla memoria liturgica del beato Giovanni Paolo II fa seguito il 23 ottobre la festa del francescano san Giovanni da Capestrano. Infatti fu proprio papa Wojtyla nel 1984 ad approvare l'elezione di san Giovanni da Capestrano, sacerdote, quale patrono universale presso Dio dei cappellani militari di tutto il mondo.  Nel frattempo l'interesse verso il suddetto Santo francescano si va accrescendo come mostrano i diversi lavori di ricerca finalizzati all'edizione delle sue opere. Di seguito un testo inerente a san Giovanni da Capestrano dell'attuale Segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, monsignor José Rodríguez Carballo, già Ministro Generale dell'Ordine dei Frati Minori   
Giovanni da Capestrano fu penitente austero, grande riformatore, consigliere acuto, legislatore sapiente, scrittore fecondo, infaticabile predicatore del Vangelo, difensore della Sede Apostolica e del Papato, uomo di preghiera e di azione, apostolo dell’Europa, convinto assertore dei diritti dei più deboli, formatore di coscienze, infaticabile apostolo di pace; fu acclamato come «stella Bohemorum», «lux Germaniae», «clara fax Hungariae» e «decus Polonorum».
Ma qual è la chiave di lettura del suo “successo” o per interpretare la sua biografia, il suo linguaggio e la sua azione? Giudice affermato ed uomo “politico” molto apprezzato, Giovanni conobbe la durezza del carcere, che fu per lui causa di una profonda crisi religiosa. Dopo una tenace lotta interiore ed una testarda resistenza alla voce di san Francesco, che lo invitava ad entrare nell’Ordine, decise di abbandonare il mondo e di seguire solo il Signore, come confidò più tardi ad un amico. Il 4 ottobre 1415 iniziò il noviziato a Monte Ripido, durante il quale procedette in modo impetuoso sulla via della minorità, secondo l’esemplarità del Poverello di Assisi, immagine eloquente della kenosis del Cristo (cf 2Lf 4ss). E che cosa avviene – si domanda san Francesco – in chi si è espropriato di tutto per «offrirsi nudo alle braccia del Crocifisso»? Risponde lo stesso Francesco: «Ne uscirebbe come un leone liberato dalle catene, pronto a tutto, e la linfa spirituale assorbita in principio aumenterebbe in lui con un progresso continuo. Alla fine gli si potrebbe affidare con sicurezza il ministero della parola, certi che riverserebbe sugli altri il fervore che lo brucia» (2Cel 194). Subito il «leone liberato e pronto a tutto», ha messo il suo fervore a servizio dell’Ordine e della Chiesa.
È stimolante ripensare all’itinerario della conversione di Giovanni da Capestrano nell’VIII centenario dell’incontro di Francesco di Assisi con il Crocifisso di San Damiano. Tale incontro diede inizio alla tuttora affascinante avventura umana e cristiana del Poverello; ha scandito le riflessioni e le attività dell’Ordine durante il 2006; è stato un punto di riferimento essenziale per il Capitolo generale straordinario, conclusosi da poco, per capire che cosa vuole il Signore oggi da chi ha scelto di seguire il Vangelo, secondo il proposito di vita vissuto e proposto da san Francesco.
Appena ordinato sacerdote, Giovanni da Capestrano assunse questo impegno: «Anche se non ne porto l’ultima responsabilità, sono deciso di porre, fino all’ultimo respiro della mia vita, tutte le mie forze in difesa del gregge di Cristo».
Questa passione per il «gregge di Cristo» lo portò ad avere una devozione senza limiti verso chi aveva la principale responsabilità del gregge, il Papa, al servizio del quale mise tutta la sua vita e le sue energie, come risulta da una sua lettera-confessione a san Bernardino: «Sono un vecchio debole, malaticcio... Non ne posso più... Ma se il Papa dispone altrimenti, non mi ricuso, anche se dovessi trascinarmi mezzo morto, ovvero dovessi attraversare siepi di spine, fuoco ed acqua». Questa incondizionata fiducia nel ministero petrino, l’aveva anche per vivere da Frate Minore. Nelle Costitutionis Martinianae, infatti, san Giovanni Capestrano raccomandava ai Frati l’obbedienza alla Chiesa, secondo la volontà di Francesco nella Regola, come ebbe modo di ricordare polemicamente ad un confratello: «sembra che tu non voglia far servire la Regola alla Chiesa, ma la Chiesa alla Regola. Il nostro serafico Padre S. Francesco, proprio nella sua Regola afferma il contrario. Non la Chiesa deriva dalla nostra Regola, ma la Regola dalla Chiesa». [...]
«Io dormo due ore e anche una sola – dirà in una predica a Vienna –. Vorrei ora piuttosto dormire che predicare, ma io non appartengo più a me, ma a voi». Non appartenendo più a se stesso, ma al «gregge di Cristo», Giovanni riversò tutto il suo fervore nell’annuncio del Vangelo, non solo in Italia, ma anche oltre le alpi, toccando la Carinzia, l’Austria, l’Ungheria, la Transilvania, la Polonia, la Turingia, la Moravia, la Boemia. Un fervore, quello del Capestrano, entusiasticamente ricambiato, poiché gli uditori delle sue prediche erano così tanti da costringerlo a parlare nelle piazze e nei campi. Non solo, la gente voleva vederlo, toccarlo, prendere pezzi delle sue vesti e rivolgergli suppliche per essere guariti, nonostante portasse loro le reliquie di san Bernardino, neo canonizzato!
In tal modo la predicazione itinerante, caratteristica dei francescani del sec. XIII ed entrata in crisi agli inizi del 1400, fu ripresa da Bernardino da Siena e portata avanti da Giovanni da Capestrano, dandole un’impronta tutta personale: non è solo il momento dell’annuncio del Vangelo, ma anche delle confessioni, della formazione delle coscienze, della visita degli ammalati. Soprattutto è l’occasione per la composizione di discordie e il ristabilimento della pace: il «tractare pacem», «pacem reformare», «bonam pacem conficere» costituisce il cuore della predicazione del Capestrano. In breve, nell’attività apostolica di Giovanni da Capestrano possiamo vedere realizzato quanto il Signore chiedeva ai suoi nell’inviarli ad annunciare il regno di Dio (cf Lc 9,1ss; 10,1ss). [...]
Il fervore che lo bruciava, Giovanni da Capestrano l’ha riversato anche a vantaggio dell’Ordine, portando avanti con coraggio e tenacia un’incisiva azione di rinnovamento, assieme ai santi Bernardino da Siena, Giacomo della Marca e ai beati Alberto da Sarteano e Marco Fantuzzi da Bologna. La riforma dell’Ordine è avvenuta attraverso la promozione della fedeltà alla Regola di san Francesco, come dimostrano le Costitutiones Eugenianae, scritte alla Verna nel 1443, e il Commento alla Regola di san Francesco; anche con l’attualizzazione dell’ideale di Francesco per rispondere alle numerose ed impegnative sfide che man mano gli avvenimenti ecclesiali, politici e sociali gli presentavano.
Una molla forte, però, del suo impegno per portare avanti il rinnovamento dell’Ordine fu la convinzione che gli studi, come «ricerca della sapienza», fossero uno strumento formidabile del Frate Minore non solo per dare dignità ed efficacia al ministero, ma anche come ponte per incontrare la cultura dell’epoca. Tale convinzione il Capestranese l’ha manifestata esplicitamente nella Lettera all’Ordine, 4 febbraio 1444, sulla «Necessità di promuovere gli studi tra i Frati Minori». Nella sua appassionata perorazione a favore degli studi, Giovanni da Capestrano, nel tentativo di infrangere le resistenze dei Frati nei confronti degli studi, usa espressioni molto forti: «Nessuno è messaggero di Dio se non annuncia la verità; e non può annunciare la verità chi non la conosce; e non può conoscerla se non l’ha appresa». I Frati, esorta il Santo: «devono trovare il tempo per dedicarsi alle lettere e alle scienze... per non tentare Iddio con una vana presunzione...». Dichiara senza mezzi termini: «O ignoranza, madre stolta e cieca di tutti gli errori...». Distinguendo tra «scienza» e «abuso della scienza», Giovanni da Capestrano afferma che la vera scienza conduce alla sapienza, «che viene dall’alto ed è... madre di ogni bene e maestra di ogni verità».

FONTE: Zenit.it

martedì 22 ottobre 2013

Martedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

memoria del Beato Giovanni Paolo II



“Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”

Questa frase riecheggia nella liturgia di questi giorni.
C’è un richiamo alla resa dei conti: Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Stiamo vigilanti, in attesa del padrone che arriverà all’improvviso -come la morte per il ricco stolto che aveva avuto il raccolto abbondante!

Tutto questo può far un po’ tremare!
Qual è sarà il conto che dovrò pagare?
Avrò le garanzia per pagare il conto? Chi mi farà il fido, se non ho i soldi?

“Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita”.

Cristo Gesù è il fido per pagare il nostro conto!
Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia
Ma ora ... sovrabbondi la grazia!
Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Oggi, nella nostra Arcidiocesi, si celebra la memoria di San Giovanni Paolo II.
Non si poteva trovare un testimone più eloquente in cui rileggere la Parola di Dio di questa giornata.

Il 22 ottobre è il giorno dell'inizio solenne del Suo ministero di Pastore Universale della Chiesa.

Un papa fortemente missionario, per i suoi innumerevoli viaggi apostolici, in cui annunciò la vittoria di Gesù sul male e sul peccato.

Un papa che ha indicato, facendo suo il monito conciliare, l’universale chiamata alla santità di ogni battezzato, proclamando nel suo pontificato 1338 beati e 482 santi.

Un papa di una grande umanità: testimone della necessità di evangelizzare l’umano.

Un papa del dialogo e della ricerca della comunione di intenti tra tutte le religioni per il bene di tutta l’umanità.

Anche noi alla luce di questa pagina del Vangelo che ci richiama alla vigilanza, o meglio a fare verità in noi, in attesa della pienezza del Regno di Dio, chiediamo al Signore per intercessione di San Giovanni Paolo II di donarci la grazia dello Spirito Santo per avere il coraggio di un nuovo passo alla sequela di Gesù:

“O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.

Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!”
(22 ottobre 1978) Amen

lunedì 21 ottobre 2013

UN SANTO DI NOME VILMO






Il nome Vilmo è presente nella tradizione italiana. Tutti si chiedono: ma esiste un santo con questo nome?
L’unico testimone della fede di nome Vilmo è il beato di origine ungherese, nato il 29 febbraio 1892 a Sighişoara (Segesvár), anticamente in Ungheria, ora Romania: Vilmos Apor.

Il nome Vilmos è la versione ungherese del nome Guglielmo.

Il nome Guglielmo ha altre versioni linguistiche: Guillem (catalano); Viljami, Vilhelmi, Ville (finlandese); Guillaume (francese); William, Will, Willy, Bill, Billy (inglese); Vilius, Viliumas (lituano); Willem (olandese); Guilherme (portoghese); Guillermo (spagnolo) e Willhelm, Willi (tedesco).

Le varianti Zelmo e Azelma sono caratteristiche dell'Emilia-Romagna, Memmo è toscano, mentre Gelmo-Gelma e Vilmo-Vilma sono caratteristiche delle Venezie.

Guglielmo deriva dal nome germanico Willihelm, giunto in Italia per tradizione francone. Documentato nelle forme medioevali Guilihelmus, Guillelmus, Gulliemus, Guilgelmus e Wilielmus e negli ipocoristici Lemnus, Memmus, Welmus e Willus. Deriva dalle radici germaniche wilja, volontà, e helma, elmo, di incerto significato complessivo.

Vilmos Apor, figlio di nobili ungheresi, nasce nel 1892. Nel 1909 entrò nel seminario di Györ. Il vescovo Széchényi lo inviò all'Università dei Gesuiti di Innsbruck, dove conseguì la laurea in teologia. Venne ordinato sacerdote il 24 agosto 1915. Durante la prima guerra mondiale fu cappellano militare su un treno ospedale della Croce Rossa. A 26 anni divenne il più giovane parroco d'Ungheria, a Gyula. Nella travagliata situazione sociale e politica fu un punto sicuro di riferimento per i suoi parrocchiani. Il 21 gennaio 1941 papa Pio XII lo nominò vescovo di Györ, diocesi fondata da Santo Stefano. Durante la seconda geurra mondiale il vescovo difese gli ebrei alzando la voce anche contro gli stessi politici al potere. Nel 1945 i russi, nella Settimana Santa, attaccarono Györ; colpito a morte da alcuni soldati il Venerdì santo per difendere alcune ragazze rifugiatesi nell'episcopio morì il lunedì di Pasqua seguente: 2 aprile 1945.




La causa di canonizzazione ebbe inizio nel 1989. la Congregazione per le cause dei santi riconobbe il martirio “in odium fidei” il 7 luglio 1977, fu beatificato dal beato Giovanni Paolo II il 9 novembre 1997, in piazza S. Pietro a Roma.

Il nome Guglielmo è presente nel Martirologio Romano ben 50 volte. Ecco l’elenco in ordine di data di commemorazione:

San Guglielmo di Volpiano o di Fruttuaria, abate di S. Benigno di Digione (1 gennaio)
Beato Guglielmo Repin, sacerdote e martire (2 gennaio)
San Guglielmo di Bourges, vescovo (10 gennaio)
Beato Guglielmo Carter m. (11 gennaio)
Beato Guglielmo Giuseppe Chaminade, sacerdote, fondatore (22 gennaio)
Beato Guglielmo Patenson, sacerdote e martire (22 gennaio)
Beato Guglielmo Ireland, martire (24 gennaio)
Beato Guglielmo Saultemouche, martire 87 febbraio)
San Guglielmo il Grande (di Malavalle), eremita 810 febbraio)
Beato Guglielmo Harrington, martire (18 febbraio)
Beato Guglielmo Richardson, sacerdote e martire (27 febbraio)
Beato Guglielmo Hart, sacerdote e martire (15 marzo)
Beato Guglielmo Pike, martire (21 marzo)
San Guglielmo Tempier di Poitiers, vescovo (29 marzo)
Beato Guglielmo Gnoffi di Noto, eremita (4 aprile)
San Guglielmo di Eskill, abate (6 aprile)
Beato Guglielmo Thomson, martire (20 aprile)
San Guglielmo Firmato da Mantilly, eremita (24 aprile)
Beato Guglielmo Marsden, martire (25 aprile)
San Guglielmo da Foggia, eremita (26 aprile)
San Guglielmo Southernem martire (30 aprile)
Beato Guglielmo Tirry, agostiano martire(2 maggio)
San Guglielmo di Pontoise, sacerdote (10 maggio)
Beato Guglielmo da Tolosa, agostiniano (18 maggio)
San Guglielmo di Gellone, monaco (28 maggio)
Beato Guglielmo Arnaud, martire di Avignonet (29 maggio)
Beato Guglielmo Scott , martire (29 maggio)
Beato Guglielmo Filby, sacerdote e martire (30 maggio)
Beato Guglielmo Greenwood, sacerdote certosino, martire (6 giugno)
San Guglielmo di York, vescovo (8 giugno)
Beato Guglielmo Exmew, sacerdote certosino, martire (19 giugno)
San Guglielmo da Montevergine o di Vercelli, abate (25 giugno)
Beato Guglielmo Andleby, martire (4 luglio)
Beato Guglielmo Webster, martire (26 luglio)
Beato Guglielmo Davies, martire (27 luglio)
San Guglielmo Pinchon, vescovo (29 luglio)
Beato Guglielmo Horne, certosino, martire (4 agosto)
Beato Guglielmo Plaza Hernandez, sacerdote e martire (9 agosto)
Beato Guglielmo Lampley martire (11 agosto)
Beato Guglielmo Freeman, martire (13 agosto)
Beato Guglielmo Lacey , sacerdote e martire (22 agosto)
Beato Guglielmo Dean, martire (28 agosto)
Beato Guglielmo Browne, martire. (5 settembre)
Beato Guglielmo Way, martire (23 settembre)
Beato Guglielmo Spenser, martire (24 settembre)
San Guglielmo Courtet, martire (29 settembre)
Beato Guglielmo Hartley, martire (5 ottobre)
Beato Guglielmo Knight martire (29 novembre)
Beato Guglielmo di Fenoglio, certosino (19 dicembre)
Beato Guglielmo Howard, Visconte di Stafford, martire (29 dicembre)




Altri santi e beati i cui nomi sono ricordati localmente o all’interno degli ordini religiosi sono:

San Guglielmo di Fruttuaria, abate (senza data)
Beato Guglielmo de Loarte, mercedario (2 gennaio)
Beato Guglielmo Vives, mercedario (3 gennaio)
Beato Guglielmo de Sanjulia, mercedario (14 gennaio)
Beato Guglielmo di Morgex, sacerdote (7 febbraio)
Beato Guglielmo Zucchi, sacerdote (7 febbraio)
San Guglielmo d'Aquitania, duca (10 febbraio)
Beato Guglielmo Giraldi, mercedario (6 marzo)
Beato Guglielmo di Norwich, martire (25 marzo)
Beato Guglielmo di San Romano, mercedario (6 aprile)
San Guglielmo da Firenze, mercedario, martire (3 maggio)
Beato Guglielmo Tandi, mercenario (6 maggio)
Beato Guglielmo di Monferrato, domenicano (16 giugno)
San Guglielmo di Hirsau, abate (5 luglio)
Beato Guglielmo di Altavilla, mercedario (6 agosto)
San Guglielmo Sanz, mercenario, martire (6 agosto)
Beato Guglielmo da Castellammare di Stabia, francescano, martire (8 agosto)
Beato Guglielmo da Parma, mercedario (14 agosto)
Beato Guglielmo de Eril, mercedario (15 ottobre)
Beato Guglielmo da Montreal, mercedario (21 ottobre)
Beato Guglielmo da Granada, mercedario (21 ottobre)
Beato Guglielmo de Anglesi, mercedario (24 ottobre)
Beato Guglielmo di Paolo  da Maniace, abate (30 novembre)
Beato Guglielmo de Bas, mercedario (3 dicembre)
San Guglielmo di San Leonardo, mercenario, martire (4 dicembre)
San Guglielmo Saggiano, mercenario, martire (5 dicembre)
Beato Guglielmo de Carraria, mercedario (10 dicembre)
Beato Guglielmo de Rovira, mercedario (14 dicembre)

Concludo con il testo del Martirologio Romano che fa memoria del beato Vilmos:

“A Györ in Ungheria, beato Guglielmo Apor, vescovo e martire, che, durante la guerra, aprì la sua casa a circa trecento profughi e, percosso la sera del Venerdì Santo per aver difeso alcune ragazze dalle mani dei soldati, tre giorni dopo spirò”.


BIBLIOGRAFIA E SITI

* AA. VV. - Biblioteca Sanctorum (Enciclopedia dei Santi) – Voll. 1-12 e I-II appendice – Ed. Città Nuova
* C.E.I. - Martirologio Romano - Libreria Editrice Vaticana – 2007 - pp. 1142
* Grenci Damiano Marco – Archivio privato iconografico e agiografico: 1977 – 2013
* sito web di newsaints.faithweb.com
* sito web di wikipedia.org

domenica 20 ottobre 2013

DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO (Anno C)




“Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo”

Qual è lo scopo di una vita cristiana? È conoscere Dio e Suo Figlio Gesù Cristo e portare frutti. Cosa dice la Parola di Dio a tal proposito?

Giovanni 15, 16
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.

Romani 7, 4
Alla stessa maniera, fratelli miei, anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla Legge per appartenere a un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio.

Matteo 13, 23
Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno.


Giovanni 15, 8
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Qual è il frutto da portare, i frutti?

Volendo usare parole semplici, direi che il frutto è una vita cambiata, una vita incentrata su Cristo, una vita in cui non siamo più noi che viviamo, ma è Cristo che vive in noi. Facciamo ancora aiutare dalla Parola di Dio:

Galati 5, 22-23
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c'è Legge.

In che senso non c’è Legge? Teresa d’Avila insegna che la vita cristiana è relazione personale con Gesù, che culmina nell'unione con Lui per grazia, per amore e per imitazione.

Efesini 2, 10
Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

Ci ricorda il nostro Cardinale Arcivescovo:
"Noi non siamo uomini e donne isolati gli uni dagli altri, ma viviamo, fin dall’istante del nostro concepimento, in relazione. Ebbene, Dio ha voluto entrare nella storia come uno di noi e cambiare la vita degli uomini attraverso una trama di relazioni nata dall’incontro con Lui". (Card. Scola)

1 Pietro 4, 7-11
La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l'ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo …

“L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.



Filippesi 1, 9-11
E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.

La preghiera come atto amoroso tra la creatura e il Creatore, afferma Teresa d’Avila: pregare “significa frequentare con amicizia, poiché frequentiamo a tu per tu Colui che sappiamo che ci ama” (Vita 8, 5) .

Abbiamo ascoltato nel canto al Vangelo:

“Santo è il tempio di Dio, campo che Egli coltiva”

Poiché noi "coltiviamo" Dio ma Dio coltiva noi. Noi però non "coltiviamo" Dio in modo da renderlo migliore col "coltivarlo". Noi infatti lo "coltiviamo" adorandolo, non arandolo. Egli invece coltiva noi come coltiva il campo l'agricoltore. Per il fatto dunque ch'egli ci coltiva, ci rende migliori, poiché anche l'agricoltore rende migliore il campo coltivandolo, e cerca in noi proprio il frutto affinché noi lo coltiviamo. La sua opera di coltivatore nei nostri riguardi consiste nel fatto che non cessa d'estirpare con la sua parola dal nostro cuore i germi del male, di aprire il nostro cuore, per così dire, con l'aratro della parola, di piantarvi i semi dei precetti e d'aspettare il frutto della vita di fede. Quando avremo ricevuto nel nostro cuore quest'azione di Dio che ci coltiva in modo che gli rendiamo il giusto culto, non risulteremo ingrati al nostro agricoltore, ma gli offriremo il frutto del quale egli sarà contento. Il nostro frutto però non renderà lui più ricco, ma renderà noi più felici.

Mi son dunque prefisso di dimostrarvi che anche Dio "coltiva" noi; ma l'ho già detto: ci "coltiva" come un campo al fine di renderci migliori. È il Signore che nel Vangelo dice: Io sono la vite e voi siete i tralci. Mio Padre è l'agricoltore. (S. Agostino, Disc. 7)

“Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene”.

A chi assomiglia dunque il costruttore accorto? Certamente a colui che prima ha messo se stesso in una posizione salda sul comandamento dell’Amore: ecco la roccia!
Un uomo edificato dal comandamento dell’Amore è un edificio su una roccia.
Ma quale altro effetto hanno invece i venti e gli acquazzoni sull’edificio che era stato costruito
Ogni causa ha il suo effetto. Come ogni albero si riconosce dal suo frutto. Guardiamo alle nostre azioni e si rivelerà ai nostri occhi di che pasta siamo fatti.

“il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, (ci) renda perfetti in ogni bene, perché possia(mo) compiere la sua volontà, operando in (noi) ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen”.