sabato 31 agosto 2013

San Rosendo di Mondoñedo, prega per noi!

 
 
 
San Rosendo di Mondoñedo
(26 novembre 907, 1 marzo, 977) nobile galiziano.
Fu abate e fondatore di diversi monasteri, tra cui quello di Celanova, vescovo di Mondoñedo e figura politica di grande importanza nel X secolo in Galizia.

venerdì 30 agosto 2013

Venerabile Giovanni Battista Danei, prega per noi!




Il DNA, l’ambiente familiare e lo Spirito Santo sono stati una buona combinazione per i due fratelli Paolo e Giovanni Battista Danei. Sono stati complementari nella costruzione dell’edificio della congregazione passionista. Voler stabilire poi chi dei due sia stato più importante in quest’opera è come cercare di stabilire se siano più importanti le fondamenta o le mura di un palazzo. Di certo Giovanni Battista visse all’ombra del fratello. Pare che nella sua umiltà abbia pregato il Signore di rimanere nel nascondimento sia in vita che dopo la sua morte e fu esaudito. La sua salma fu nascosta durante l’occupazione francese dello stato pontificio; il suo luogo rimase segreto e ancora oggi non si sa dove sia sepolto.
Nasce ad Ovada il 4 aprile 1695, un anno dopo Paolo, respira lo stesso clima familiare ed è con il fratello “un sol cuore e un’anima sola”; da giovane rischia di affogare insieme al fratello nel fiume Tanaro, ma viene salvato miracolosamente dalla Madonna. Sicuramente pregano insieme, fanno penitenza insieme, si consigliano e uniformano il loro stile di vita; sono inseparabili.
Quando Paolo parte per Roma da solo per andare dal Papa a chiedere l’approvazione dell’istituto, Giovanni Battista gli dice: “Va pure ma non potrai stare né avere pace senza di me” e sarà vero. Il 28 novembre 1721 veste l’abito da eremita come Paolo. I due fratelli si ritirano nel Romitorio di Santo Stefano a Castellazzo Bormida. Poi vanno nel romitorio dell’Annunziata sull’Argentario, dove rimangono per pochi mesi. Si spostano a Gaeta, Itri, Napoli, Foggia. Nel 1726 iniziano l’assistenza all’ospedale di S. Gallicano a Roma. Il 7 giugno 1727 sono ordinati sacerdoti nella basilica Vaticana dal Papa Benedetto XIII.
Nel febbraio 1728 lasciano l’ospedale e tornano sul Monte Argentario nel romitorio di Sant’Antonio. Sono privi di tutto, completamente affidati alla provvidenza di Dio, guidati dallo Spirito Santo. Sono due in uno.
Giovanni Battista dirige i lavori per la costruzione della prima casa religiosa della congregazione vicino al loro Romitorio. Cerca e scopre miracolosamente una sorgente d’acqua necessaria per il nuovo edificio; San Michele Arcangelo appare per proteggere la nuova costruzione da alcuni individui venuti di notte per distruggerla. È un pilastro della congregazione ma riesce a rimanere sempre nell’ombra.
È un uomo di preghiera, pieno di virtù, colto, soprattutto è profondo conoscitore e vero esperto della parola di Dio. La Bibbia è stata sempre suo nutrimento fin da giovane, l’oggetto quotidiano delle sue meditazioni. La conosceva così bene e ne citava i passi così adatti e con tale esattezza da far capire molto bene che ne aveva un possesso pieno e la sapeva in gran parte a memoria.
Era per tutti un consigliere prudente e sicuro. Lo stesso Paolo lo elegge a sua guida spirituale e lo ha come valido aiuto nei momenti più burrascosi della vita della congregazione e della fondazione delle monache Passioniste. Guidando Paolo si può dire che P. Giovanni Battista sia stato una vera guida anche per tutta la congregazione nascente, un vero confondatore. Alla sua morte Paolo dirà: “Sono restato orfano e solo, senza padre. Chi mi correggerà ora? Chi mi avviserà dei miei difetti?”.
La sua penitenza è ammirabile; ma quanto è austero e intransigente con se stesso, altrettanto è affabile e premuroso con gli altri, come una madre affettuosissima.
È un apostolo zelante, degno emulo del suo santo fratello, che accompagna nelle peregrinazioni apostoliche. Coraggioso e schietto, non conosce rispetto umano. A un cardinale, vestito in modo poco ecclesiastico, arriva a dire: “Mi sembra un maresciallo di campo!.
Ha il dono delle estasi e quello delle lacrime, che scendono abbondanti dai suoi occhi per la tenerezza davanti al Crocifisso e per la durezza dei cuori che non si aprono al suo amore. Nel 1744 viene nominato superire della nuova casa di Vetralla (VT); vi rimarrà per tutta la vita occupandosi dell’educazione dei giovani. Dal 1747 riveste ininterrottamente la carica di consultore generale. Come missionario apostolico percorre il Lazio, la Toscana, l’Umbria, parlando agli uomini del suo tempo con la parola ma soprattutto con l’esempio.
Nel luglio del 1765 si ammala di una malattia all’apparenza non grave, ma lui ha la sensazione che questa lo porterà a morte; anche Paolo durante la celebrazione della messa ha la rivelazione della morte imminente del fratello. Lo assiste con cura e amorevolezza. Il 27 agosto riceve il viatico; benedice il fondatore e la congregazione ed entra in agonia. Il venerdì 30 alle ore 22 Giovanni Battista muore circondato dalla comunità religiosa che canta la Salve Regina intonata dal fratello Paolo.
È in concetto di santità e tutti vogliono una reliquia. Dopo la morte si parla di grazie e di miracoli ottenuti per intercessione di Giovanni Battista al solo contatto con oggetti a lui appartenuti.
È dichiarato venerabile da Pio XII il 7 agosto 1940.
 

mercoledì 28 agosto 2013

Sant'Eucarpio Martire, prega per noi!





S. Eucarpio Martire, patrono di Villafranca Sicula (AG), è un unicum come luogo di culto in cui il martire orientale è venerato.

Il suo nome è citato sul web solo in siti che riportano il patronato di Villafranca o che trattano delle tradizioni siciliane.
Nemmeno i siti che trattano di santità citano ufficialmente questo martire, solo Wikipedia porta la voce Eucarpio in cui si legge: "Sant'Eucarpio, martire con Trofimo in Nicomedia".
 

In realtà la tradizione agiografica parla di S. Eucarpione martire sotto la persecuzione di Massimiano a Nicomedia con il suo commilitone Trofimo.
La trasformazione da Eucarpione a Eucarpio è del Baronio, quando inserì il Martire nel suo Martirologio. L'odierno M.R. non contiene più la memoria del Martire al 18 marzo.
 
E' interessante che Villafranca venera il suo patrono in questa data, prima, secondo il web era il 21 settembre.
Cosa ancora più interessante è la dicitura del santino: "Corpo di ...", nel senso che il simulacro raffigura il corpo giacente del Martire, o che nel simulacro di sono ossa del corpo del Martire? Da informazioni "siciliane" è solo un simulacro ligneo di fine ottocento.
 
Perché poi quella corona nel simulacro? E' stato incoronato in quanto patrono? La corona è dono degli abitanti di Villafranca, proprio a segno del suo patronato, anche se ultimamente poco sentito a causa del culto alla Madre di Dio, detta Madonna del Mirto, festeggiata la prima domenica d'Agosto.
 
Ma non è per caso un "corpo santo"? Non è a quanto pare un "martire delle catacombe".
 
 
Sant'Eucarpio Martire,
prega per noi!

martedì 27 agosto 2013

ASIA o ASYA




 
Asia è una ripresa del nome del continente asiatico, che tramite il latino e il greco Asia deriva all'accadico asu, termine indicante l'est o comunque il luogo dove sorge il sole; il nome si è diffuso nei tempi moderni sia nella lingua italiana che in quella inglese.

Può essere considerato anche abbreviazione di nomi di origine germanica (come Adelasia) o greca (come Aspasia) o russo (come Anastasia e Xenia, nella forma Asya) ed inoltre è presente nella mitologia greca.

Va notato che un nome identico esiste anche in polacco, dove però è un diminutivo di Joanna, forma polacca di Giovanna.

Il nome è adespota, ovvero non è portato da alcuna santa, quindi l'onomastico ricorre il 1 novembre, in occasione della solennità di Tutti i Santi. Alcune fonti lo fissano però al 27 luglio o al 19 febbraio, in memoria di Sant'Asia, medico e martire di origine siriaca, che secondo alcuni agiografi è lo sdoppiamento siriaco del medico e martire San Pantaleone.

* * *

Sant’Asia è ricordato nel Martirologio di Rabban Slibá (sec. XIII), nei giorni 1 e 15 ottobre, 19 febbraio e 27 luglio, date probabilmente che hanno fonti diverse, ovvero da diversi Martirologi.

Nella commemorazione del 15 ottobre e del 27 luglio Asia è chiamato anche Pantaleone e Pantaleemone. In quest'ultimo giorno il Martirologio Romano e i Sinassari commemorano San Pantaleone medico, col quale comunemente Asia viene confuso e identificato.

La tradizione siriaca ricorda un proprio medico e martire di nome Asia, che ha elementi comuni di Pantaleone di Nicomedia. La leggenda attribuisce ad Asia molte guarigioni operate in diversi luoghi, prima di morire martire ad Antiochia.
 
fonte consultata: wikipedia e santibeati
* iconografia inventa usando altra icona

lunedì 26 agosto 2013

Sant'Alessandro Martire, prega per noi!




dipinto di S. Alessandro martire
chiesa parrocchiale omonima
di Robbiate (particolare)

 
Egiziano di nascita, vissuto nel III - IV secolo. Dopo essere stato comandante di centuria della legione Tebea, utilizzata prevalentemente in Oriente, è spostato in Occidente. Gli viene ordinato di ricercare i cristiani contro i quali è in atto una persecuzione. Di fronte al suo rifiuto e di alcuni compagni segue la decimazione, a cui riesce a salvarsi. Scappa a Milano dove però è riconosciuto e incarcerato. Grazie a san Fedele, che organizza la fuga di Alessandro, si rifugia a Como e infine, passando per Fara Gera d'Adda e Capriate, arriva a Bergamo. Qui, ospite del principe Crotacio, che lo aiuta a nascondersi, inizia la sua opera di predicazione e conversione di molti cittadini, tra cui i martiri Fermo e Rustico. Ma nuovamente scoperto e catturato, è condannato alla decapitazione, muore il 26 agosto 303.a Bergamo, dove ora sorge la chiesa di Sant'Alessandro in Colonna.
 

domenica 25 agosto 2013

San Costanzo, prega per noi!





PS. il santino di San Costanzo M. non è in parrocchia, ma è stampato dall'autore del BLOG. Chiedibile via mail, mandando indirizzo postale.

DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE (ANNO C)


 
 
 
Siamo a pochi giorni della festa del martirio di San Giovanni Battista, la testimonia finale del Precursore.

Il Battista è certamente il testimone più eloquente del Signore: nella nascita, nella vita e nella morte.

 
Nella I lettura ci viene delineato il volto del testimone con un esempio dell’A.T.: lo scriba Eleàzaro.


"Un tale Eleàzaro, uno degli scribi più stimati, uomo già avanti negli anni e molto dignitoso nell’aspetto della persona, veniva costretto ad aprire la bocca e a ingoiare carne suina. Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita".
 
 
Egli scopre che la vita non basta viverla – aveva già novant’anni – ma doveva viverla bene e con dignità e fedeltà fino alla fine dei suoi giorni.

È "conveniente" morire per un attaccamento ai valori che danno dignità al vivere.

Però la testimonianza non è solo fedeltà ai valori che danno dignità al vivere, ma anche per essere segno di vita per le nuove generazioni:


«Poiché – egli diceva – non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po’ più di vita si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. Infatti, anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell’Onnipotente. Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi».
 
Questi due passaggi ci strattonano, non poco!


La mia vita cristiana è così irreprensibile? È vera testimonianza per le giovani generazioni?
Credo che questa domenica dobbiamo farci un profondo esame di coscienza.
Non diciamo solo che i giovani, o i ragazzi, non frequentano più la comunità cristiana, quasi fosse solo una loro colpa, di certo anche noi adulti abbiamo una colpa a riguardo: quale?

Forse che non testimoniamo più una vita cristiana come necessaria, essenziale, esistenziale: come abbiamo pregato con il Salmo, Nella tua legge, Signore, è tutta la mia gioia.
 
La legge di Dio è la misura della mia vita al punto che osservandola nutro la mia gioia di vivere e di morire per restargli fedele?
 
La II lettura poi ci dà una nuova sferzata. Come già abbiamo compreso dalla testimonianza dello scriba Eleàzaro, la vita è finisce con la conta dei nostri compleanni ma "Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli".

Avevamo già scoperto questa dimensione dell’oltre … nella solennità dell’Assunta.

Dice l’Apostolo Paolo: "Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi".

Il testimone è colui che vive una vita gradita a Dio, una vita che ha il profumo di Cristo. Se crediamo in questo, costruiamo un quotidiano che è riflesso di questa nostra fede. Non abbassato tutto sul materiale, ma innalzato, proteso verso "cieli".


Infine.

"Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli".
 
Concludendo: il testimone è colui che sta alla scuola di Gesù come un bambino – con l’entusiasmo e la freschezza di un bimbo – ed infine il testimone è colui che vive una certa fermezza con se stesso in un continuo cammino di purificazione e conversione. Amen.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)





"In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?»". (Cfr Lc 13,22-30).
 
Gesù si rifiuta di rispondere alla domanda riguardo al numero di coloro che si salveranno: la questione della salvezza non si pone infatti in termini generali, non si pone innanzitutto per gli altri, ma si pone "per me".


Infatti la Chiesa quando pone i processi canonizzazione, osserva se quel singolo discepolo di Gesù ha fatto sua la salvezza annunciata dal Vangelo.

Quindi.
Dipende dalla mia accettazione o dal mio rifiuto della salvezza che Gesù mi offre.
 
Il Signore sa aspettare. Afferma il Beato Giuseppe Puglisi sacerdote e martire:
«Nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà».
 
Questo però ci può far pensare di vivere accomodanti.

Vivere la fede come una decorazione – diceva Papa Francesco – come la panna sopra una torta.

 
La fede pretende una determinazione. Pretende delle scelte chiare; la fede non ci vuole accodanti o conservanti … e visto che questo è il periodo, come la salsa di pomodoro nei barattoli sotto vuoto - dopo la bollitura - da aprire in inverno per mangiare la pasta al sugo, tanto per non mangiarla sempre al burro!

 
La fede ci vuole inquieti! Che non vuol dire affannati.
Inquieti fino a che l’amore, la giustizia e la pace di Cristo sia per tutti!

Non è quindi sufficiente aver mangiato alla Mensa del Signore; aver bevuto al suo "bicchiere"; aver ascoltato la sua parola nelle piazze, sulla radio, dal pulpito, sul giornale … perché Egli vuole che trasformiamo questa vicinanza, questa pratica, in giustizia!

La giustizia? Cos’è?


Non è cercare di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge – che se fosse già così sarebbe un salto di qualità umana in questo mondo – ma come dice Dante: Giustizia mosse il mio alto Fattore; la giustizia di Dio fece incarnare il Verbo di Dio, il quale per compiere ogni giustizia morì sulla Croce.

Da qui iniziò il Regno di Dio: nella giustizia divina si riconosce e si opera il bene.

Ecco che bisogna essere cristiani inquieti finché ciò non si sia realizzato!
 
 
 
 
"I cristiani quieti – afferma Papa Francesco – sono come l’acqua stagna", ed essa è imbevibile, perché non dona vita!


Pensate ai tanti africani che vivono il dramma dell’acqua ogni giorno!

"Sforzatevi di entrare per al porta stretta … ".
 
Stretta, non perché la salvezza è per pochi, ma perché chiede un piccolo sforzo: dicevamo prima citando il Beato Puglisi, Quando il cuore è pronto si aprirà.

La fede ci chiede di vivere con gioia la sequela.
Seguire un capo fila in un sentiero richiede degli sforzi: stare al suo passo, guardare dove pone i piedi … tutti gesti che comportano una certa relativa fatica, ma alla fine c’è la gioia della meta.

La fede chiede questa gioiosa fatica.
Per cui come ci ha ricordato al II lettura:
"camminate diritti con i vostri piedi"
 
La nostra fatica è tener il passo, perché se ancora siamo zoppicanti, non abbiamo paura, perché su questa strada – seguendo il Buon Pastore – guariremo, e con noi – lo vorrà - il mondo intero.
 
 
"Verranno da oriente e da occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio". Amen.

sabato 24 agosto 2013

Ottava di San Rocco

La prodigiosa reliquia di San Rocco




Il culto del Santo, amico degli ultimi, degli appestati, dei poveri, iniziò a fiorire subito dopo la sua morte, avvenuta il 16 agosto a Voghera, in un anno tra il 1376 e il 1379.
 



Correva l’anno 1854, il giorno era il 18 settembre. Il «Giornale di Roma», organo ufficiale dello Stato Pontificio, pubblicava l’annuncio di papa Pio IX che ogni fedele romano, durante quei giorni in cui regnava l’angoscia dovuta a un’epidemia di colera diffusasi in città, attendeva con concitazione. L’attesa si placò alla lettura della concessione da parte del Santo Padre di un’indulgenza di sette anni per chi avesse visitato la chiesa di San Rocco, e plenaria per chi l’avesse visitata per sette volte.

Il gesto confortò quelle moltitudini di fedeli che in quei giorni confluivano ininterrottamente all’interno di questa chiesa dalla facciata neoclassica, che si erge elegante innanzi all’Ara Pacis. Nelle settimane precedenti al diffondersi della pestilenza anche a Roma, lo stesso Pio IX aveva urgentemente prescritto che, oltre alle immagini più venerate della Vergine e alle reliquie dei SS. Pietro e Paolo, venisse esposto al pubblico anche «il prodigioso Braccio di San Rocco nella sua chiesa».

La prescrizione papale venne adempiuta rapidamente, ma ancor prima che si procedesse all’esposizione, frotte di romani accalcavano già la scalinata della chiesa, fiduciosi a ché l’intercessione dell’amato Santo arrestasse il protrarsi della pestilenza, già causa di migliaia di morti in poche settimane. Ebbene, la calamità conobbe un sensibile e costante calo sino a cessare completamente, nel dicembre 1854, a pochi giorni dal Santo Natale.

Fu, questa appena descritta, l’ultima occasione in cui la città di Roma conobbe un flagello di pestilenza di tale portata. Ultima ma non unica. Nei secoli precedenti, più e più volte venne invocato l’intervento di San Rocco e del suo miracoloso braccio, conservato nell’omonima chiesa, al fine di impedire il dilagare di pestilenze simili.

Sotto il Pontificato di Clemente VIII (1592-1605), quando la peste rappresentava in tutta Italia un male ormai già noto da qualche secolo, si decise di recare a Roma una reliquia di San Rocco, il «Santo Taumaturgo», per preservare la Città Eterna da immani sciagure. Così, il braccio del Santo venne depositato nella chiesa di San Sebastiano fuori le mura, il Santo che prima di San Rocco era annoverato tra i principali protettori contro la peste. Appena qualche anno dopo l’arrivo della reliquia in città, venne decretato il trasferimento nella chiesa dedicata a San Rocco, nei pressi del porto di Ripetta. Era proprio questo, del resto, un luogo simbolo in cui la pestilenza andava arrecando contagio, giacché originaria di terre lontane che comunicavano con Roma mediante gli scambi commerciali per mezzo delle navi.

La processione per il trasferimento della reliquia - raccontano le cronache dell’epoca - si svolse in maniera viepiù solenne e sentita dal popolo. Vi parteciparono colonne di porporati, vescovi e sacerdoti, il Senato romano, confraternite, corporazioni e maestranze, professionisti e scuole, artigiani e un’immensa fiumana di gente semplice, soprattutto pescatori e lavoratori del porto.

Pochi decenni più in là, si attesta alla reliquia di San Rocco il primo prodigio. Era l’anno 1624, un grave contagio di peste mieteva centinaia di vittime al giorno nella città di Palermo e timide avvisaglie lasciavano prevedere che il male potesse diffondersi anche a Roma. Sul soglio di Pietro, in quegli anni sedeva Urbano VIII, descritto come devotissimo di San Rocco. Egli decise di dar vita, partecipandovi intensamente, a delle pubbliche preghiere per ottenere da Dio, per intercessione del «Santo Taumaturgo», la liberazione della Sicilia dal terribile morbo e la preservazione di Roma dal contagio. La Domenica del 18 agosto 1624, Urbano VIII si recò a celebrar Messa nella chiesa di San Rocco, sul cui Altare Maggiore venne sistemata la reliquia del Santo. Non passarono che una manciata di giorni da quell’evento e il minaccioso flagello cessò a Palermo e in tutta l’isola siciliana, e inoltre evitò di approdare sulle sponde del Tevere.

Urbano VIII, dal canto suo, ordinò che dal Magistrato dell’Urbe venisse offerto a San Rocco ogni anno, nel giorno della sua solennità, un calice d’argento e quattro ceri. Ancora oggi, in una parete posta nella navata destra all’ingresso della chiesa di San Rocco, è possibile leggere l’iscrizione, datata luglio 1625, che attesta l’approvazione del Senato Romano.

Prima del colera del 1854, un’altra testimonianza di un’epidemia che si diffuse a Roma risale all’anno 1656. Durante l’estate, una nave proveniente dal porto di Napoli approdò a Nettuno, vicino Roma, lasciandovi nei pressi del porto alcune vesti infette di peste. Si racconta che accidentalmente alcune parti di esse vennero portate in città, così da far dilagare la malattia con furia atroce. In breve tempo perirono a causa sua circa 14.500 persone. L’allora papa Alessandro VII (1655-1667), che si trovava a villeggiare a Castelgandolfo, tornò precipitosamente a Roma per soccorrere i cittadini con urgenti provvedimenti e per ordinare pubbliche preghiere e solenni funzioni in memoria di San Rocco nella chiesa a lui dedicata. Dopo di che, il flagello passò.

Intercessioni miracolose attribuite a San Rocco, in Europa e nel mondo, se ne contano del resto numerosissime. Ciò ha reso il Santo nato nella francese Montpellier uno dei più popolari e venerati in tutto l’orbe cattolico. Malgrado questa popolarità, le notizie sulla sua vita sono poche e frammentarie. Si narra che, vissuto nel secolo XXII, all’età di vent’anni vendette i suoi beni, si affiliò al Terz’ordine francescano e fece voto di recarsi a Roma, per pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Fermatosi durante il pellegrinaggio ad Acquapendente, vicino Viterbo, ignorò i consigli della popolazione in fuga dalla peste e decise di prestare servizio nel locale ospedale.

È qui che iniziò la sua santa fama, in tre mesi di attività operò numerosi miracoli nella guarigione degli appestati. Morì il 16 agosto di un anno tra il 1376 e il 1379 a Voghera, dove si trovava imprigionato poiché sospettato dalle autorità comunali di essere una spia. È dalla città lombarda che iniziò a fiorire, subito dopo la sua morte, il culto di San Rocco: amico degli ultimi, degli appestati, dei poveri.



FONTE: Zenit.org; autore Federico Cenci

venerdì 23 agosto 2013

Beato Antonio Franco, prega per noi!




Novena a S. Sostene Martire



S. Sostene M.
compatrono di Mili S. Pietro (ME)
 
 
 La memoria liturgica del S. Martire è il 10 settembre.
 
 
S. Sostene M.
patrono di S. Sostene (CZ)
statua in cartapesta A.D. 2011
opera del cartapestaio Pietro Balsamo
 

giovedì 22 agosto 2013

Giovedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Beata Vergine Maria Regina


 
La vicenda di Iefte è a tratti terribile!

Può Dio essere corrisposto da promesse simili? Eppure la storia della salvezza ci insegna che Dio non accetta tali doni - promesse: pensate ad Abramo con Isacco.

Eppure questa storia ci insegna che la parola data è sacra.

Siamo in un mondo in cui si dicono tante cose, ma le parole sono solo vento.

Anche noi siamo tra costoro. Quante piccole e grande promesse al Signore. Se fai così io farò questo … pensiamo alle parole dette con le nostre preghiere ... che sono solo parole.

Pensiamo nostro Battesimo in cui si è detto CREDO e RINUNCIO … quante volte queste parole sono state poi ripudiate o dimenticate.

Anche ora abbiamo pregato con il Salmo: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

Quale volontà? La Tua Signore… si purtroppo solo quando mi riesce e mi conviene!

Eppure il Signore ci invita ogni giorno al vivere il regno dei Cieli … ma noi come gli invitati a nozze abbiamo sempre qualcosa che mi conviene di più.

Se ti indigni, Signore, mi sa che noi meritiamo!

Ma la festa di nozze è pronta… gli invitati non erano degni … si certo siamo noi che con i nostri rifiuti ci rendiamo indegni: come il bimbo che non riesce a prendere la cioccolata in dispensa perché è troppo in alto e dice non è buona, non è più degna di essere mangiata!


Nel Regno dei Cieli tutti sono invitati. Secondo le regole che Signore ha predisposto …. Non posso entrare se non sto a queste regole. È la questione dell’abito nuziale.

Nella tradizione orientale colui che fa l’invito alle nozze dava l’abito e doveva essere indossato, ma l’invitato a preferito non rispettare la parola del re che lo invitava a nozze.


Seguire Gesù vuol dire dipendere dai suoi insegnamenti, dare valore alle parole date, non parlare al vento… così ci insegna la Madre di Dio, che oggi veneriamo Regina.

Il suo sì detto a Nazareth segno tutta la sua vita … così alla fine dei suoi giorni ella siede Regina al banchetto eterno del Re dei re.

 
Madre di Dio, Regina del Cielo e della terra,

prega per noi, perché impariamo a dare il giusto valore alla parole del tuo Figlio:

"qualunque cosa vi dica fatela", ci avevi insegnato a quel banchetto di nozze a Cana.

Prega per noi, Madre Vergine, perché impariamo a dare il giusto valore alle nostre parole, così che con la voce parli anche il cuore, dimora dello Spirito Santo.

Prega per noi, Vergine Sposa, perché alla fine dei nostri giorni possiamo sedere nel Regno dei Cieli.

Amen.

mercoledì 21 agosto 2013

LA DOPPIA INTERCESSIONE

Maria Santissima della Misericordia di Valderice
 
 
 
Il santuario della Madonna della Misericordia di Valderice è il più antico dell’agro ericino. Ebbe origine nel 1640 per una prodigiosa guarigione a favore di un anziano il cui nome è Girolamo Verderame. Edificato nel 1760, fu ampliato successivamente nel 1773. L’immagine sacra venerata è un’opera del pittore trapanese Andrea Carreca.

Soffermiamoci sull’immagine, che merita non per particolare pregio artistico, ma per un profondo contenuto teologico. Un dipinto simile è conservato al Metropolitam Museum di New York e fu eseguito intorno al 1400 per opera della scuola di Lorenzo Monaco e fu conservato fino al 1842 nel Duomo di Firenze.
 



Leggiamo l’opera. È evidente un chiaro riferimento al kerygma: passione, morte e resurrezione di Cristo, ed ai frutti della passione dei quali partecipa la Corredentrice: Maria Santissima.

Raffigura la SS. Trinità con La Vergine Maria e un "destinatario" del gesto di Misericordia della Madre di Dio.

L’opera museale, rispetto a quella venerata nel santuario, ha maggiore espressività teologica: il Padre dona lo Spirito, il Figlio indica la Madre e la Vergine indica i fedeli. Tutto questo mostra bene il senso della doppia intercessione, ma anche che tutto "procede dal Padre…".

Ma ecco la sacra conversazione che osiamo intendere tra Coloro e Colei, il cui figlio è anche Signore. Maria dice al Figlio "dolcissimo Figlio per il latte che io ti diedi abbi misericordia dei miei figli"; il Figlio al Padre: "Padre mio salva coloro per i quali tu hai voluto che io patissi". In questo dialogo i gesti esplicano le parole. Il Padre in segno benevolo benedice, e dona la Grazia: Lo Spirito santo.

Nell’opera fiorentina la benevolenza del Padre è grandiosamente rappresentata con la mano aperta da cui esce la colomba, lo Spirito; il quale è sopra il Figlio: "unico mediatore tra Dio e gli uomini".

Il soggetto, così brevemente delineato, è la doppia intercessione, che ha le sue radici in un testo spirituale del secolo XII di Ernaldo di Chartres.

Concludo con un pensiero di padre Scarpitta tratto da il culto delle immagine e dei santi nella Bibbia: "… il culto delle immagini diviene idolatrico allorquando preso in se stesso ed in esclusiva, ma è legittimo, anche se secondario, allorquando aiuta realmente all’adorazione di Dio onnipotente ed eterno".
 
 
 
Anche la collezione dei santini può essere utile in questo senso!

martedì 20 agosto 2013

Santità sconosciuta ...



Ven. Franceschino da Ghisone
(1777 - 25 gennaio 1832)
 
 


Franceschino nacque in Ghisone, piccolo paese della Corsica, circondario di Corte, diocesi di Ajaccio, il 17 dicembre 1777, dai coniugi Martino Mucchielli ed Anna Gregori, poveri se volete, di beni di fortuna, ma ricchi assai di cristiane virtù.
 
 
 
 
Nel santo Battesimo gli fu imposto il nome di Orso Francesco; però venne quasi sempre con questo secondo nome. Morì nel ritiro di Civitella il 25 gennaio 1832 all'età di 54 anni.
 
 
 

lunedì 19 agosto 2013

Lunedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

memoria liturgica di San Giovanni Eudes


"Ricordati di noi, Signore, per amore"
 
Così abbiamo pregato con il ritornello al Salmo responsoriale.

Una preghiera in risposta alla prima lettura che intesseva i tradimenti del popolo di Israele che "si prostituiva ad altri dèi e si prostrava davanti a loro".

Possiamo così tradurre la preghiera del salmista:
 
Non ripagarci, Signore, per la nostra capacità di amarti, ma sii fedele a noi per te stesso, tu che sei Amore!
La sequela cristiana è un patto d’amore… non è fare alcune cose o non fare altre. Nell’amare faccio il bene e ripudio il male. Nell’amore si arriva a perdere se stessi per dare spazio all’amato. Questo mi rende ricco e mi rende libero in Dio: "avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!".
 



Solo così si è capaci di passi coraggiosi! Dio vuole dei cristiani coraggiosi, non cristiani quieti e accomodanti!
Il giovane invece non è capace di una risposta così radicale. Non è capace di un atto d’amore così liberante.

Questo vale per noi come monito: la vita cristiana non è fatta di cose da fare, la vita cristiana è costituita da atti d’amore.

Questo lo a ben capito San Giovanni Eudes, sacerdote francese del XVII secolo
 
"promotoris liturgici cultus erga Sacratissima Christi ejusque Genitricis Corda"
San Giovanni Eudes è il primo e più ardente apostolo del culto liturgico ai Sacri Cuori di Gesú e di Maria.

Alla scuola dei Sacri Cuori, egli impara che la vita cristiana è entrare nel mistero del Cuore Misericordioso di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria.: in cui perdersi, per ritrovarsi trasformato e rinnovato!

Egli così scriveva e predicava:
 
"Signore Dio, Padre delle misericordie nella tua smisurata bontà ci hai dato il Cuore amatissimo del tuo Figlio. Accorda ai nostri cuori di essere strettamente uniti tra loro come lui, affinché il nostro amore in te sia perfetto.

O Cuore amabilissimo e amorossimo del mio Salvatore, sii il Cuore del mio cuore, l’anima della mia anima, lo spirito del mio spirito, la vita della mia vita.

O Gesù, sii sempre Gesù, e io sarò sempre contento, qualunque cosa possa succedermi".
Che significa? Lo spiego usando un altro scritto del Santo:

"Dobbiamo essere animati dallo spirito di Gesù, vivere della sua vita, camminare nelle sue vie, essere rivestiti dei suoi sentimenti e inclinazioni, compiere ogni nostra azione secondo le disposizioni e le intenzioni con cui egli compiva le sue"
(Royaume de Jésus, II, 2)

Amen.

domenica 18 agosto 2013

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)





Un contorto vangelo abbiamo or ora ascoltato.

Gesù, l’uomo buono, l’uomo su cui poniamo etichette di buonismo… spesso si sente quando un non credente deve sbeffeggiare un credente: Ma Gesù era buono, non cacciava via nessuno, Egli non avrebbe fatto così … e via dicendo.
 
Eppure il vangelo ci propone un Gesù che strilla: "Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione".
 
 
Gesù è venuto a portare un divisione netta, ma tra cosa?
Tra la nuora e la suocera? Tra il padre o la madre e il figlio o la figlia? Si, ma non come la intendiamo noi. Egli non è venuto a dare un significato alle nostre beghe quotidiane, o alle nostre incapacità di relazione.

Queste immagini esulano dai nostri discorsi o dalle nostre ovvie supposizioni… Gesù non aveva la suocera (qualcuno dirà: che fortuna, se fosse stata come la mia, allora capisco perché ha affermato così!). Ma il problema non è questo!
 
 
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
 



Nell'Antico Testamento il fuoco simbolizza la parola di Dio pronunciata dal profeta

Si capisce quindi questo riferimento nella prima lettura a Geremia!

Ma è anche il giudizio divino che purifica il suo popolo, passando in mezzo ad esso.
 
 
Così è la parola di Gesù:
essa costruisce, ma contemporaneamente distrugge ciò che non ha consistenza, ciò che deve cadere, ciò che è vanità e lascia in piedi solo la verità.

 
La verità delle relazioni! La loro freschezza. La loro dignità.
 
Dunque la missione di Gesù è gettare il fuoco sulla terra, portare lo Spirito Santo con la sua forza rinnovatrice e purificatrice. Giovanni Battista aveva detto di lui: "Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco".
 
Gesù ci dona lo Spirito. Ma in che modo lo Spirito Santo agisce?
 
Lo fa diffondendo in noi l'amore. Quell'amore che noi, per suo desiderio, dobbiamo mantener acceso nei nostri cuori.
 



E com'è questo amore?
 
 
Non è terreno, limitato; è amore evangelico. È universale come quello del Padre celeste che manda pioggia e sole su tutti, sui buoni e sui cattivi, inclusi i nemici .

È un amore che non attende nulla dagli altri, ma ha sempre l'iniziativa, ama per primo.

È un amore che si fa uno con ogni persona: soffre con lei, gode con lei, si preoccupa con lei, spera con lei. E lo fa, se occorre, concretamente, a fatti. Un amore quindi non semplicemente sentimentale, non di sole parole.
 
 
Un amore per il quale si ama Cristo nel fratello e nella sorella, ricordando quel suo: "L'avete fatto a me" .
 
L'amore è come un fuoco, l'importante è che rimanga acceso.

Una amore che chiede decisione!
 
"Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento … perché non vi stanchiate perdendovi d’animo".
 
Un amore, un fuoco acceso, se pur piccolo, se alimentato, può divenire un grande incendio.

Ognuno alimenti il fuoco … siamo "circondati da tale moltitudine di testimoni", ciascuno uomo e donna nella Storia della Chiesa ha alimentato e sta alimentando il fuoco dell’Amore di Dio, e questo fuoco è rimasto acceso fin ad ora!
 
Quanto vorrei che fosse già acceso! Ha detto Gesù. Quest’incendio di amore, di pace, di fraternità, di nuova umanità è iniziato con Gesù … per cui pensiamo "attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato", alla fine il fuoco dell’amore di Dio incendierà il mondo intero! Amen.
 
 

sabato 17 agosto 2013

San Massimiliano M. Kolbe, prega per noi!




17 agosto
SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE sacerdote e martire
MEMORIA

Massimiliano Maria Kolbe è entrato nell’elenco dei santi con il titolo di sacerdote e martire. La sua testimonianza illumina di luce pasquale l’orrido mondo dei lager. Nacque in Polonia nel 1894; si consacrò al Signore nella famiglia francescana di Minori Conventuali. Innamorato della Vergine, fondò «La milizia di Maria Immacolata» e svolse, con la parola e con la stampa, un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Deportato ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale, in uno slancio di carità offrì la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Morì nel bunker della fame il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte. La Chiesa di Milano, a causa della precedenza di memoria del vescovo San Simpliciano, ricorda il Martire di Auschwitz in data odierna.

(dal PROPRIO DEI SANTI della Chiesa di Milano secondo il rito romano)

Martirologio Romano, 14 agosto: Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

venerdì 16 agosto 2013

Venerdì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

memoria liturgica di San Rocco de la Croix




Questa mattina ascoltiamo quello che è definito il grande discorso di Giosuè a Sichem. Un discorso in cui - la nuova giuda per il popolo designata da Dio - ripercorre tutte le tappe che il Signore ha fatto loro percorrere. Scopo di questo discorso – che si concluderà nella lettura di domani – è quello di ricordare ad Israele – come abbiamo pregato nel salmo - che l’Amore di Dio è per sempre, quindi anche tu rispondi al suo amore!


 
Il popolo rispose a Giosuè: «Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!». Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. (Gs 24)

 
 
A questo risposta d’amore del popolo, fa eco il Vangelo, in cui Gesù e i farisei discutono su una questione legislativa: "all’inizio però non fu così", secondo la legge divina non esiste una fine della vita d’amore dei coniugi, "non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto".




Una questione credo ormai chiara, che abbiamo già trattato.
Ciò che ci interessa, è la questione che "Non tutti capiscono … ma solo coloro ai quali è stato concesso".

È il tema della verginità per il Regno dei Cieli: "ve ne sono altri … che si sono resi tali per il regno dei cieli".

Esser vergini per il Regno dei cieli vuol dire amare Dio al di sopra di tutte le creature (con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze), per amare con il cuore e la libertà di Dio ogni creatura, senza legarsi a nessuna né escluderne alcuna (senza procedere cioè con i criteri elettivi-selettivi tipici dell’amore umano), anzi, amando in particolare chi è più tentato di non sentirsi amabile.


 
 
Questo tema però è anche del matrimonio: anche i coniugi sono chiamati ad essere segno dell’amore di Dio, e questo amore è eterno, su questa eternità divina si fonda la fondatezza dell’amore coniugale, che può subire sballottamenti, può essere nascosto da eventi, distrazioni, tentazioni, ma non può finire!


 
Il voto di castità dei consacrati o la promessa di celibato dei sacerdoti è la risposta d’amore del consacrato o del sacerdote all’Amore di Dio che è per sempre: risposta personale all’Amore divino.



Anche il santo di oggi, Rocco de la Croix (della Croce) – così detto perché nacque con una voglia a forma di croce sul torace, profezia della sua vita di carità – è un vergine per il Regno dei Cieli.



Il cuore vergine di San Rocco rifulse nel suo amare con il cuore e la libertà di Dio ogni creatura, soprattutto i malati che incontrò nel suo pellegrinaggio verso Roma, dove voleva rendere omaggio ai sepolcro degli Apostoli e dei Martiri. Un cuore vergine e caritatevole, ma un cuore umile! Quando ad un certo punto si ammalò di peste curando gli appestati, si fece abbandonare per non essere di contagio fuori della città di Piacenza.


 
Ma il Signore che è fedele nell’amore, non lascio solo il suo servo fedele, e gli mandò un cane che ogni giorno portava un pane al Santo Pellegrino, così che poté essere rifocillato, ed una sorgente – che parve miracolosa – in cui dissetò la sua arsura per la febbre e lavò la sua piaga.
 
 
 
Ecco perché il santo è vestito da pellegrino, con una piaga sulla gamba e un cane con un bocca un pane.
Il santo guarì e poté continuare il suo viaggio fino a Roma. Nel viaggio di ritorno, verso la sua patria – Montpellier in Francia – stanco e consumato dalla carità si addormentò in Cristo a Voghera il 16 agosto fra il 1376 ed il 1379.


 
 
La fama della sua carità era così diffusa che durante il Concilio di Costanza nel 1414 fu invocato per la liberazione dall'epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari, ottenuto il miracolo, fu lì subito canonizzato.


 
Il suo culto è molto diffuso ovunque. Nella vicina Monza esistono due parrocchia a lui dedicate e un altare nel Duomo.


 
 
Signore, la memoria della santità e della carità di San Rocco, suoni al nostro cuore come l’esortazione di Giosuè a Sichem: "sceglietevi oggi chi servire". Amen.

giovedì 15 agosto 2013

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA



 
 
Ognuno di noi ha fatto l’esperienza attraverso un amico, un parente o un conoscente della morte.

Noi tutti sappiamo – anche se pare politicamente scorretto dirlo, ma è la pura verità – che la morte ci attende inaspettata.

Può essere dopo una lunga e saggia vecchia; può essere dopo un vita di lavoro e arrivati alla pensione si vorrebbe dire "Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti", ed invece abbiamo fatto i calcoli senza l’oste: i beni sono pochi e la salute pure; ancora può essere che arriva in tenera età o in giovane età; in modo tragico o in modo inaspettato: comunque la morte ci attende!

Che discorsi direte!
Ma li sentiamo ogni giorno. Basta ascoltare un qualunque telegiornale, in cui sembra faccio a gara a prenderci letteralmente a schiaffi con annunci di morte.
 
 
 


La solennità odierna è una festa che parte da questo concetto: la morte. Ma non è annunciata come catastrofe, come evento che ci attende, ma come prospettiva che apre le porte al nostro destino ultimo. Non è una porta chiusa, ma una porta spalancata: così come la descrivono le icone, una porta divelta!

Nell’Assunzione di Maria al Cielo, la morte è una porta divelta … scardinata, che non si può più chiudere, perché in Maria assunta al Cielo noi celebriamo la vittoria di Cristo sulla morte, viviamo gli effetti della resurrezione di Gesù, vediamo realizzato il Credo nelle sue affermazioni:

"Credo … la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna".


In Maria è vinto l’ultimo nemico la morte … in Lei si è realizzata la resurrezione della carne in una creatura; nella Madre di Dio vediamo il compiersi del nostro destino la vita eterna per l’anima e per il corpo.

Quindi noi affermiamo "Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà", ma in Maria assunta al Cielo questo si è realizzato, ed è pegno di speranza per tutti noi.

In Maria la morte è evento di ricongiunzione stabile con l’amato, con il Dio dell’alleanza e della promessa in cui lei a creduto.

Nell’Assunzione si realizza sino in fondo il suo essere "nuova creatura."




Nell’Anno della Fede, celebrare l’Assunzione di Maria ha un particolare significato: quello che per noi avverrà alla fine dei tempi, in Maria è già avvenuto… quindi per noi avverrà!

In questa solennità dobbiamo rinnovare la nostra consapevolezza, radicarla. Aver fede infatti non è solo compiere un atto umano di fiducia, in una dinamica puramente affettiva (Gesù confido in te! per capirci..), ma avere consapevolezza radicata di quello in cui si crede.

Diceva il Venerabile Pio XII: "La Chiesa non teme tanto i propri nemici, ma teme l’ignoranza del suo popolo".

Oggi siamo bombardati con ogni mezzo da infiniti contenuti, ma spesso viviamo un reale analfabetismo di fede.

Celebrare l’Assunzione di Maria, non vuol dire quindi celebrare una festa dedicata alla Madonna, ma far memoria - radicare nel nostro cuore - che la vita non finisce con la morte, ma noi professiamo la fede nella resurrezione del corpi e non nella rincarnazione!
 
Ovvio direte … purtroppo non molto oggi!
Pur essendo bombardati da tanti contenuti – alcune volte mal raccontati o mal ascoltati – rischiamo di fare una minestra – meglio una passato – di fedi, dimenticandoci in cosa noi crediamo.

Concludo. Nella solennità di Maria al Cielo assunta noi professiamo questa fede: "Credo … la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna".

Se crediamo in questo, costruiamo un quotidiano che è riflesso di questa nostra fede. Non abbassato tutto sul materiale, ma innalzato, proteso verso "il Cielo", verso Dio! Amen.