giovedì 31 maggio 2012

Il Martirio in San Tommaso d'Aquino





«Perciò il martirio si ha nel fatto che uno testimonia la fede, mostrando con le opere di disprezzare tutti i beni presenti, per giungere ai beni futuri e invisibili» (STh, II-II, q. 124 a. 4 co.).
«il martirio consiste nel fatto che uno persiste con fermezza nella verità e nella giustizia contro la violenza dei persecutori» (STh, II-II, q. 124 a. 1 co.).
«nella Chiesa si celebra il martirio di S. Giovanni Battista, il quale subì la morte non per non rinnegare la fede, ma per aver condannato l'adulterio» (STh, II-II, q. 124 a. 5 co.).
«il martirio meglio di tutti gli altri atti virtuosi dimostra la perfezione della carità» (STh, II-II, q. 124 a. 3 co.).

VISITAZIONE DELLA B. V. MARIA





La festa della Visitazione conclude il mese mariano di Maggio.
Una pagina del vangelo conosciuta.

Una festa a me tra le più care, che rievoca profondi sentimenti di devozione.
Una festa “visiva”: si perché ho sempre in mente due immagini che mi illustrano questo evento.
La prima. Due donne nel cui grembo c’è una mandorla nel cui interno c’è un bimbo: il Cristo e il Battista, il loro primo incontro. Il primo mandato profetico del Battista che “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo”.

Il saluto di Maria è il saluto del Figlio: il Battista già allora ne riconosce la voce: Lui che è venuto ad essere Voce che grida nel deserto per portare la speranza di Colui che è Parola eterna.

La seconda immagine. È una donna vestita di rossa, che dopo aver avuto l’annuncio dell’Angelo, corre sui monti per raggiungere, in abito diaconale (del servizio) la parente che anziana e gravida chiede il suo aiuto.
L’insegnamento di questa festa, dopo aver accolto la Parola, così come la Vergine, così come il Battista è quello di mettersi al servizio nella carità.

È la docilità all’azione dello Spirito, come ci ha fatto pregare l’orazione Colletta, affinché la nostra vita sia un “magnificare con Maria” il santo nome di Gesù.

Solo la carità salva, solo la carità magnifica il santo nome di Gesù.
Come deve essere la carità?
Ce lo dice la I lettura:
  • la carità non sia ipocrita: non è finta, di convenevole, poi quando giro l’angolo cambio maschera.
  • la carità è una santa gara: “gareggiate nello stimarvi a vicenda … Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto”. Felici della felicità altrui.
  • la carità non è pigra: “Non siate pigri nel fare il bene; siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore”
  • la carità è piena di speranza, costante, perseverante: “Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”. Pensiamo alle opere di misericordia spirituale.
  • la carità è ospitale e capace di condivisione: “Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità”
  • la carità è amore per il nemico: “Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”.
  • la carità è umile: “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile”.

Santa Maria,
donna umile e povera,
benedetta dell'Altissimo, salve!
Vergine della speranza,
profezia dei tempi nuovi,
unisci al tuo cantico le nostre voci
e accompagnaci nel nostro cammino:
per annunciare l'avvento del Regno
e la totale liberazione dell'uomo;
per portare Cristo ai fratelli
e raggiungere con essi
una più intensa comunione di amore;
per magnificare con te la misericordia del Signore
e cantare la gioia della vita e la salvezza.
Vergine, arca dell'Alleanza nuova,
primizia della Chiesa,
accogli la nostra preghiera.
Amen.

(da Piccolo Ufficio, In preghiera con Maria la Madre di Gesù, Libreria Editrice Vaticana)





martedì 29 maggio 2012

A Ottobre: due nuovi Dottori della Chiesa






Nel corso del Regina Caeli del 27 maggio 2012, papa Benedetto XVI ha rivolto ha affermato: “Lo Spirito Santo irrompendo nella storia, ne sconfigge l’aridità, apre i cuori alla speranza, stimola e favorisce in noi la maturazione interiore nel rapporto con Dio e con il prossimo … (Lo Spirito Santo, con i) doni della sapienza e della scienza continua ad ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell’uomo e del mondo”

A tal proposito, Benedetto XVI ha annunciato che il prossimo 7 ottobre, in occasione dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerà San Giovanni d’Avila e Santa Ildegarda di Bingen, dottori della Chiesa Universale.





Ildegarda, monaca benedettina nel cuore del Medioevo tedesco, fu “autentica maestra di teologia e profonda studiosa delle scienze naturali e della musica”, mentre Giovanni D’Avila, sacerdote negli anni del rinascimento spagnolo, “partecipò al travaglio del rinnovamento culturale e religioso della Chiesa e della compagine sociale agli albori della modernità”.




Una donna e un uomo di Chiesa, dunque, molto diversi per epoca e carisma specifico. Entrambi, però, ispirati da una “santità di vita” e da una “profondità di dottrina” che li rendono “profondamente attuali”.

I due futuri dottori della Chiesa, ha aggiunto Benedetto XVI, appaiono “di rilevante importanza ed attualità”, soprattutto alla luce del progetto di nuova evangelizzazione, cui sarà dedicata l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi già menzionata, e dell’Anno della Fede.

La Chiesa Cattolica dal 7 ottobre 2012 avrà 35 Dottori della Chiesa, i cui nomi con l'indicazione della data di elezione a dottore della Chiesa, e le date che portano un asterisco indicano che questi Santi sono venerati anche dalla Chiesa d'Oriente, anche se presso di essa non esiste il termine Dottore della Chiesa, sono i seguenti:

  • S. Agostino d'Ippona, detto Doctor Gratiae (354 - 430) - 1298 *
  • S. Alberto Magno, detto Doctor Universalis (ca. 1193 - 1280) - 1931
  • S. Alfonso Maria de' Liguori, detto Doctor Zelantissimus (1696 - 1787) - 1871
  • S. Ambrogio da Milano (ca. 340 - 397) - 1298 *
  • S. Anselmo d'Aosta, detto Doctor Magnificus (ca. 1033 - 1109) - 1720
  • S. Antonio di Padova, detto Doctor Evangelicus (1195 - 1231) - 1946
  • S. Atanasio di Alessandria (295 - 373) - 1568 *
  • S. Basilio Magno (ca. 329 - 379) - 1568 *
  • S. Beda il Venerabile - (672 - 735) - 1899 *
  • S. Bernardo di Chiaravalle, detto Doctor Mellifluus - (1090 - 1153) - 1830
  • S. Bonaventura da Bagnoregio, detto Doctor Seraphicus (ca. 1220 - 1274) - 1588
  • S. Caterina da Siena (1347 - 1380) - 1970
  • S. Cirillo di Alessandria, detto Doctor Incarnationis (376 - 444) - 1883 *
  • S. Cirillo di Gerusalemme (315 - 386) - 1883 *
  • S. Efrem il Siro (306 - 373) - 1920 *
  • S. Francesco di Sales - (1567 - 1622) - 1877
  • S. Giovanni Crisostomo (ca. 350 - 407) - 1568 *
  • S. Giovanni d’Avila (1500 – 1569  ) - 2012
  • S. Giovanni Damasceno (ca. 650 - 749) - 1883 *
  • S. Giovanni della Croce, detto Doctor Mysticus (1542 - 1591) - 1926
  • S. Girolamo (347 - 420) - 1298 *
  • S. Gregorio I Papa, o San Gregorio Magno (540 - 604) - 1298 *
  • S. Gregorio Nazianzeno (329 - 390) - 1568 *
  • S. Ilario di Poitiers (ca. 315 - 367) - 1851 *
  • S. Ildegarda di Bingen (1098 - 1179) - 2012
  • S. Isidoro di Siviglia (560 - 636) - 1722 *
  • S. Leone I Papa, o S. Leone Magno (ca. 400 - 461) - 1754 *
  • S. Lorenzo da Brindisi, detto Doctor Apostolicus (1559 – 1619) - 1959
  • S. Pier Damiani (1007 - 1072) - 1828
  • S. Pietro Canisio (1521 - 1597) - 1925
  • S. Pietro Crisologo (406 - 450) - 1729 *
  • S. Roberto Bellarmino (1542 - 1621) - 1931
  • S. Teresa d'Avila (1515 - 1582) - 1970
  • S. Teresa di Lisieux, detta Doctor Amoris (1873 - 1897) – 1997
  • S. Tommaso d'Aquino, detto Doctor Angelicus (1225 - 1274) - 1568

Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni



 
Prefazione del cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, alle “Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni”, emanate nel 1978 e pubblicate nei giorni scorsi sul sito della Santa Sede. La prefazione porta la data del 14 dicembre 2011.

1. La Congregazione per la Dottrina della Fede si occupa delle materie che hanno attinenza con la promozione e la tutela della dottrina della fede e della morale, ed inoltre è competente per l’esame di altri problemi connessi con la disciplina della fede, come i casi di pseudo-misticismo, di asserite apparizioni, di visioni e messaggi attribuiti a origine soprannaturale. In ottemperanza a quest’ultimo delicato compito affidato al Dicastero, ormai oltre trent’anni fa furono preparate Normae de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus. Il Documento, deliberato dai Padri della Sessione Plenaria della Congregazione, fu approvato dal Servo di Dio Papa Paolo VI il 24 febbraio 1978 e conseguentemente emanato dal Dicastero il giorno 25 febbraio 1978. A quel tempo le Norme furono inviate alla conoscenza dei Vescovi, senza darne una pubblicazione ufficiale anche in considerazione del fatto che esse riguardano in prima persona i Pastori della Chiesa.

2. Come è noto, con il passare del tempo, il Documento, è stato pubblicato in alcune opere su detta materia, in più di una lingua, ma senza l’autorizzazione previa di questo Dicastero competente. Oggi bisogna riconoscere che i principali contenuti di questo importante provvedimento normativo sono di pubblico dominio. Questa Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto pertanto opportuno pubblicare le suddette Norme, provvedendo ad una traduzione nelle principali lingue.

3. La attualità della problematica di esperienze legate ai fenomeni soprannaturali nella vita e nella missione della Chiesa è stata rilevata anche recentemente dalla sollecitudine pastorale dei Vescovi radunati nella XII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio nell’ottobre 2008. Tale preoccupazione è stata raccolta dal Santo Padre Benedetto XVI, inserendola nell’orizzonte globale dell’economia della salvezza, in un importante passaggio dell’Esortazione Apostolica Post-sinodale Verbum Domini. Sembra opportuno ricordare qui tale insegnamento del Pontefice, da accogliere come invito a dare conveniente attenzione a quei fenomeni soprannaturali, cui si rivolge anche la presente pubblicazione:
«La Chiesa esprime la consapevolezza di trovarsi con Gesù Cristo di fronte alla Parola definitiva di Dio; egli è "il Primo e l’Ultimo" (Ap 1,17). Egli ha dato alla creazione e alla storia il suo senso definitivo; per questo siamo chiamati a vivere il tempo, ad abitare la creazione di Dio dentro questo ritmo escatologico della Parola; "l’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr 1 Tm 6,14 e Tt 2,13)" (Dei Verbum, 4). Infatti, come hanno ricordato i Padri durante il Sinodo, la "specificità del cristianesimo si manifesta nell’evento Gesù Cristo, culmine della Rivelazione, compimento delle promesse di Dio e mediatore dell’incontro tra l’uomo e Dio. Egli ‘che ci ha rivelato Dio’ (Gv 1,18) è la Parola unica e definitiva consegnata all’umanità" (Propositio 4). San Giovanni della Croce ha espresso questa verità in modo mirabile: "Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola e non ha più nulla da dire ... Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità" (Salita al Monte Carmelo, II, 22)».

Tenendo presente quanto sopra, il Santo Padre Benedetto XVI rileva:
«Il Sinodo ha raccomandato di "aiutare i fedeli a distinguere bene la Parola di Dio dalle rivelazioni private" (Propositio 47), il cui ruolo "non è quello... di ‘completare’ la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica" (Catechismo della Chiesa Cattolica, 67). Il valore delle rivelazioni private è essenzialmente diverso dall’unica rivelazione pubblica: questa esige la nostra fede; in essa infatti per mezzo di parole umane e della mediazione della comunità vivente della Chiesa, Dio stesso parla a noi. Il criterio per la verità di una rivelazione privata è il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da Lui, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo, che ci guida all’interno del Vangelo e non fuori di esso. La rivelazione privata è un aiuto per questa fede, e si manifesta come credibile proprio perché rimanda all’unica rivelazione pubblica. Per questo l’approvazione ecclesiastica di una rivelazione privata indica essenzialmente che il relativo messaggio non contiene nulla che contrasti la fede ed i buoni costumi; è lecito renderlo pubblico, ed i fedeli sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione. Una rivelazione privata può introdurre nuovi accenti, fare emergere nuove forme di pietà o approfondirne di antiche. Essa può avere un certo carattere profetico (cfr 1 Tess 5,19-21) e può essere un valido aiuto per comprendere e vivere meglio il Vangelo nell’ora attuale; perciò non lo si deve trascurare. È un aiuto, che è offerto, ma del quale non è obbligatorio fare uso. In ogni caso, deve trattarsi di un nutrimento della fede, della speranza e della carità, che sono per tutti la via permanente della salvezza (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Il messaggio di Fatima, 26 giugno 2000: Ench. Vat. 19, n. 974-1021)» (1).

4. È viva speranza di questa Congregazione che la pubblicazione ufficiale delle Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni potrà aiutare l’impegno dei Pastori della Chiesa cattolica nell’esigente compito di discernimento delle presunte apparizioni e rivelazioni, messaggi e locuzioni o, più in generale, fenomeni straordinari o di presunta origine soprannaturale. Nel contempo si auspica che il testo possa essere utile anche ai teologi ed agli esperti in questo ambito dell’esperienza viva della Chiesa, che oggi ha una certa importanza e necessita di una riflessione sempre più approfondita.

Città del Vaticano, 14 dicembre 2011,
memoria liturgica di San Giovanni della Croce.

William Card. Levada
Prefetto

NOTA
(1) Esortazione Apostolica Post-sinodale Verbum Domini sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, 30 settembre 2010, n. 14: AAS 102 (2010) 695-696. Al riguardo si vedano anche i passi del Catechismo della Chiesa Cattolica dedicati al tema (cfr nn. 66-67).

Nota preliminare
Origine e carattere delle Norme

Durante la Sessione Plenaria annuale del novembre 1974, i Padri di questa Sacra Congregazione hanno esaminato i problemi relativi alle presunte apparizioni e alle rivelazioni spesso loro connesse, e sono pervenuti alle seguenti conclusioni:

1. Oggi, più che in passato, la notizia di queste apparizioni si diffonde rapidamente tra i fedeli grazie ai mezzi di informazione (mass media). Inoltre, la facilità degli spostamenti favorisce e moltiplica i pellegrinaggi. L’Autorità ecclesiastica è perciò chiamata a pronunciarsi in merito senza ritardi.

2. D’altra parte, la mentalità odierna e le esigenze scientifiche e quelle proprie dell’indagine critica rendono più difficile, se non quasi impossibile, emettere con la debita celerità i giudizi che concludevano in passato le inchieste in materia (constat de supernaturalitate, non constat de supernaturalitate) e che offrivano agli Ordinari la possibilità di autorizzare o proibire il culto pubblico o altre forme di devozione tra i fedeli.

Per queste ragioni, affinché la devozione suscitata tra i fedeli da fatti di questo genere possa manifestarsi nel rispetto della piena comunione con la Chiesa e portare frutti, dai quali la Chiesa stessa possa in seguito discernere la vera natura dei fatti, i Padri hanno ritenuto di dover promuovere in materia la seguente procedura.

Quando l’Autorità ecclesiastica venga informata di qualche presunta apparizione o rivelazione, sarà suo compito:

a) in primo luogo, giudicare del fatto secondo criteri positivi e negativi (cfr. infra, n. I);
b) in seguito, se questo esame giunge ad una conclusione favorevole, permettere alcune manifestazioni pubbliche di culto o di devozione, proseguendo nel vigilare su di esse con grande prudenza (ciò equivale alla formula: «pro nunc nihil obstare»);
c) infine, alla luce del tempo trascorso e dell’esperienza, con speciale riguardo alla fecondità dei frutti spirituali generati dalla nuova devozione, esprimere un giudizio de veritate et supernaturalitate, se il caso lo richiede.

I. Criteri per giudicare, almeno con una certa probabilità, del carattere delle presunte apparizioni o rivelazioni

A) Criteri positivi:

a) Certezza morale, o almeno grande probabilità dell’esistenza del fatto, acquisita per mezzo di una seria indagine.
b) Circostanze particolari relative all’esistenza e alla natura del fatto, vale a dire:
1. qualità personali del soggetto o dei soggetti (in particolare, l’equilibrio psichico, l’onestà e la rettitudine della vita morale, la sincerità e la docilità abituale verso l’autorità ecclesiastica, l’attitudine a riprendere un regime normale di vita di fede, ecc.);
2. per quanto riguarda la rivelazione, dottrina teologica e spirituale vera ed esente da errore;
3. sana devozione e frutti spirituali abbondanti e costanti (per esempio, spirito di preghiera, conversioni, testimonianze di carità, ecc.).

B) Criteri negativi:

a) Errore manifesto circa il fatto.
b) Errori dottrinali attribuiti a Dio stesso, o alla Beata Vergine Maria, o a qualche santo nelle loro manifestazioni, tenuto conto tuttavia della possibilità che il soggetto abbia aggiunto – anche inconsciamente –, ad un’autentica rivelazione soprannaturale, elementi puramente umani oppure qualche errore d’ordine naturale (cfr Sant’Ignazio, Esercizi, n. 336).
c) Una ricerca evidente di lucro collegata strettamente al fatto.
d) Atti gravemente immorali compiuti nel momento o in occasione del fatto dal soggetto o dai suoi seguaci.
e) Malattie psichiche o tendenze psicopatiche nel soggetto, che con certezza abbiano esercitato una influenza sul presunto fatto soprannaturale, oppure psicosi, isteria collettiva o altri elementi del genere.
Va notato che questi criteri positivi e negativi sono indicativi e non tassativi e vanno applicati in modo cumulativo ovvero con una qualche loro reciproca convergenza.

II. Intervento dell’Autorità ecclesiastica competente

1. Se, in occasione del presunto fatto soprannaturale, nascono in modo quasi spontaneo tra i fedeli un culto o una qualche devozione, l’Autorità ecclesiastica competente ha il grave dovere di informarsi con tempestività e di procedere con cura ad un’indagine.

2. L’Autorità ecclesiastica competente può intervenire in base a una legittima richiesta dei fedeli (in comunione con i Pastori e non spinti da spirito settario) per autorizzare e promuovere alcune forme di culto o di devozione se, dopo l’applicazione dei criteri predetti, niente vi si oppone. Si presterà però attenzione a che i fedeli non ritengano questo modo di agire come un’approvazione del carattere soprannaturale del fatto da parte della Chiesa (cfr Nota preliminare, c).

3. In ragione del suo compito dottrinale e pastorale, l’Autorità competente può intervenire motu proprio; deve anzi farlo in circostanze gravi, per esempio per correggere o prevenire abusi nell’esercizio del culto e della devozione, per condannare dottrine erronee, per evitare pericoli di un misticismo falso o sconveniente, ecc.

4. Nei casi dubbi, che non presentano alcun rischio per il bene della Chiesa, l’Autorità ecclesiastica competente si asterrà da ogni giudizio e da ogni azione diretta (perché può anche succedere che, dopo un certo periodo di tempo, il presunto fatto soprannaturale cada nell’oblio); non deve però cessare di essere vigile per intervenire, se necessario, con celerità e prudenza.

III. Autorità competenti per intervenire

1. Spetta innanzitutto all’Ordinario del luogo il compito di vigilare e intervenire.
2. La Conferenza Episcopale regionale o nazionale può intervenire:
a) se l’Ordinario del luogo, fatta la propria parte, ricorre ad essa per discernere con più sicurezza sul fatto;b) se il fatto attiene già all’ambito nazionale o regionale, sempre comunque con il consenso previo dell’Ordinario del luogo.
3. La Sede Apostolica può intervenire, sia su domanda dell’Ordinario stesso, sia di un gruppo qualificato di fedeli, sia anche direttamente in ragione della giurisdizione universale del Sommo Pontefice (cfr. infra, n. IV).

IV. Intervento della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede
1. a) L’intervento della Sacra Congregazione può essere richiesto sia dall’Ordinario, fatta la propria parte, sia da un gruppo qualificato di fedeli. In questo secondo caso, si presterà attenzione a che il ricorso alla Sacra Congregazione non sia motivato da ragioni sospette (come, per esempio, la volontà di costringere l’Ordinario a modificare le proprie legittime decisioni, a ratificare qualche gruppo settario, ecc.).
b) Spetta alla Sacra Congregazione intervenire motu proprio nei casi più gravi, in particolare quando il fatto coinvolge una consistente parte della Chiesa, sempre dopo aver consultato l’Ordinario, e, se la situazione lo richiede, anche la Conferenza Episcopale.

2. Spetta alla Sacra Congregazione giudicare e approvare il modo di procedere dell’Ordinario o, se lo ritiene possibile e conveniente, procedere ad un nuovo esame del fatto, distinto da quello realizzato dall’Ordinario e compiuto o dalla Sacra Congregazione stessa, o da una Commissione speciale.

Le presenti Norme, deliberate nella Sessione Plenaria di questa Sacra Congregazione, sono state approvate dal Sommo Pontefice Paolo VI, felicemente regnante, il 24 febbraio 1978.


Roma,
dal palazzo della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede,
25 febbraio 1978.

Franjo Cardinale Šeper
Prefetto
+ Jérôme Hamer, O.P.
Segretario

 FONTE: SANTA SEDE

lunedì 28 maggio 2012

Martiri contesi: i Santi Vittore e Corona



Santi Vittore e Corona Martiri
Siria, III secolo





Martirologio Romano, 14 maggio: In Siria, santi Vittore e Corona, martiri, che subirono insieme il martirio.






La Sicilia dice di aver dato i natali, Otricoli di possederli, ma il Martitologio Romano afferma diversamente ... ora Feltre li custodisce.





Santi Vittore e Corona, martiri
14 Maggio

Vittore, soldato romano, visse a Messina nel II secolo. Il pretore Sebastiano, avendo saputo della sua critica situazione, lo invitò ad abiurare la propria fede, ma, avendone ottenuto un rifiuto lo fece arrestare e torturare. Condannato al rogo, dopo tre giorni di fuoco fu ritrovato illeso scatendando le ire del pretore, che lo fece avvelenare, gli fece tagliare le mani e lo fece scuoiare. Corona, moglie di un altro soldato, vedendo quella scena sentì nel cuore il desiderio di convertirsi e abbracciò le fede cristiana, condannando apertamente l'operato del pretore. Sebastiano, allora, la fece prendere e uccidere allo stesso modo di Vittore e ne fece tagliare il corpo in due. Era l'anno 164.

FONTE: I SANTI SICILIANI di C. Gregorio – Intilla Editore





La traslazione delle Reliquie
È difficile stabilire quando i corpi dei Martiri vennero trasportati a Feltre.
In una tavoletta di piombo, racchiusa nell’arca e risalente ai secoli VIII-IX, il Vescovo Solino ricorda che i
corpi dei Santi Martiri furono trasportati dal luogo del martirio - forse, la Siria, data la vicinanza - a Cipro, dal suo predecessore, il martire Teodoro, nell’anno 205 d.C. e come lui stesso li fece deporre in un sepolcro più degno. La provenienza dall’Oriente dei corpi, come vuole la tradizione, è confermata anche dai tipi di polline rinvenuti di recente (1981) sulle Reliquie da una équipe di studiosi dell’Università di Padova.
Da Cipro, attraverso varie traslazioni, i corpi pervennero a Venezia, come quello di S. Marco dove rimasero per vario tempo e dove esiste la tradizione di una antichissima chiesa intitolata a S. Vittore rifatta e intitolata a S. Moisè. Da Venezia i Santi arrivarono sul Miesna probabilmente nel secolo IX.


Fonte: SANTUARIO DI FELTRE


Santa Corona Martire
detta anche Stefania
14 Maggio


San Senatro (Senatore) Monaco





Santo italo-greco, monaco basiliano (cioè religioso secondo le regole di vita monastica di S. Basilio Magno di Cesarea di Cappadocia).

S. Senatro (o Senatore di Missanello, come lo indica p. Alessio) è nato in Sicilia nella prima metà del X secolo (anche se alcune fonti lo definiscono "il calabrese"). Vissuto prima nel Mercurion di Rossano, poi si stabilì fino alla morte nel monastero di S. Elia in Missanello (fondato da S. Vitale di Castronovo), dove, ancora oggi, si conservano le reliquie.
Qui muore un 11 Novembre di un anno introno al Mille.

Un documento certo su San Senatro è la “Bolla” di papa Eugenio III (beato, al secolo Bernardo Paganelli, eletto 167° papa il 18 febbraio 1145, morto l'8 luglio 1153), datata 1 agosto 1151 che attesta S. Senatro è vissuto a Missanello nel monastero di S. Elia e in cui viene riconosciuto il culto pubblico al Santo. La statua è del XVI secolo.

Beata Margarita da Piazza, vergine




7 Settembre

Nata a Piazza Armerina nel 1495 da Giovanni Tommaso dei Corleoni (detto Calascibetta) e Angela Negro, ben presto lasciò la casa materna per assistere il fratello Antonino, sacerdote, che le insegnò a leggere e a conoscere le cose di Dio e le vite dei santi. Dopo aver incontrato il beato Simone da Calascibetta, decise di diventare terziaria francescana professa e si dedicò a una vita di penitenza e preghiera. I frequenti digiuni e la grande carità di questa pia donna la fecero presto conoscere in tutta la Sicilia e, spesso, visitò monasteri femminili per esortare le monache all'osservanza dei voti e alla carità. Visse d'elemosine, donando sempre tutto ai poveri e ai bisognosi. Morì il 7 Settembre 1560.

Beato Vincenzo Maria Izquiero Alcòn

sacerdote dell’Arcidiocesi di Valencia e martire




Beato Vincenzo Maria Izquiero Alcòn
Basilica di Nostra Signora “de los Desamparados” in Valencia
(opera di Melchor Gutiérrez San Martín)


nato il 24 maggio 1891 a Mosquerela, Teruel (Spagna)
morto per la fede il 18 agosto 1936 a Rafelbunyol, Valencia (Spagna)

Appartiene al gruppo dei Beati 233 martiri spagnoli di Valencia, beatificati del beato Giovanni Paolo II il 11 marzo 2001.

Martirologio Romano, 18 agosto: Nel villaggio di Rafelbunyol nel territorio di Valencia in Spagna, beato Vincenzo Maria Izquierdo Alcòn, sacerdote e martire, ucciso anch’egli in odio alla fede.


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Nuovo record per il Papa beati 233 martiri spagnoli
12 marzo 2001 – La Repubblica.it

CITTA' DEL VATICANO Un nuovo record di beatificazioni e un nuovo appello contro il terrorismo spagnolo: ancora due obiettivi centrati da papa Wojtyla, ieri mattina in piazza San Pietro. Alla presenza di oltre 30 mila pellegrini giunti in gran parte dalla penisola iberica, Giovanni Paolo II eleva agli onori degli altari 233 religiosi e laici cristiani uccisi durante la guerra civile di Spagna e, per l' occasione, lancia un accorato appello per «la fine del terrorismo in Spagna», ritornato di nuovo drammaticamente in auge negli ultimi tempi. L' esortazione arriva nel mezzo di una beatificazione senza precedenti: mai nella storia della Chiesa un Papa aveva creato un numero così alto di beati in una sola celebrazione. Papa Wojtyla, parlando in spagnolo, ha esplicitamente affidato «alla intercessione dei nuovi beati una intenzione che alberga nei cuori: la fine del terrorismo in Spagna» che, specifica, va avanti da decenni con una serie orrenda di violenze e assassini, e ha «radice in una logica perversa che va denunciata». « Il terrorismo per Wojtyla nasce dall' odio, è radicalmente ingiusto e incrementa le situazioni di ingiustizia, offende gravemente Dio e la dignità delle persone; con il terrore l' uomo perde sempre, solo la pace costruisce i popoli; il terrore è nemico dell' umanità». E' il male che lamenta ancora il Papa grava sulla Spagna, dove «una serie orrenda di violenze e assassini ha causato numerose vittime e grandi sofferenze. Nessun motivo, nessuna causa o ideologia possono giustificarlo, solo la pace costruisce i popoli e il terrore è nemico dell' umanità». Nella successiva domenicale preghiera dell' Angelus, Wojtyla è tornato ad evocare il significato del martirio, ricordando in particolare «le comunità cristiane e i singoli cristiani che oggi soffrono e sono perseguitati a causa della fede». A questi «fratelli ha esortato il Papa vadano le nostre preghiere e le nostre raccomandazioni a Dio», magari attraverso la riscoperta del rosario che «in ogni epoca ha costituito un valido aiuto per innumerevoli credenti e, specialmente, per quelli che soffrono». I 233 nuovi beati provengono, in gran parte, dalla provincia di Valencia, e sette della Catalogna; 39 i laici e, tra gli altri, 37 sacerdoti dell' Azione cattolica, due suore figlie di Maria Ausiliatrice e religiosi di vari ordini, dai cappuccini, ai conventuali, ai gesuiti. Col rito di ieri, Giovanni Paolo II porta a 1.229 i beati proclamati nel suo pontificato in 124 celebrazioni; 446 i santi "wojtyliani", in 40 cerimonie. I predecessori di questo Papa, dal 1588 (cioè dall' anno di costituzione del dicastero vaticano per i santi) fino al 1978 (l' anno dell' elezione di Giovanni Paolo II), hanno proclamato complessivamente 1.310 beati e 300 santi. - ORAZIO LA ROCCA



Beato Luigi Biraghi, sacerdote





Nacque a Vignate (MI) il 2 novembre 1801, quinto degli otto figli di Francesco Biraghi e Maria Fina; a 12 anni entrò nel piccolo seminario di Castello sopra Lecco, fu ordinato sacerdote il 28 maggio 1825 a 24 anni. Subito destinato all’insegnamento nei Seminari di Castello sopra Lecco, di Seveso e di Monza, nel 1833 fu direttore spirituale del Seminario Maggiore di Milano; nel 1855 fu nominato dottore della prestigiosa Biblioteca Ambrosiana e nel 1864 viceprefetto.

Fu educatore dei beati Talamoni e Mazzucconi.

Il papa Pio IX lo stimava moltissimo, tanto che nel 1862 gli chiese di farsi mediatore e paciere nel clero milanese, in quel tempo di contrasti diviso in due fazioni; i sostenitori della nuova unità nazionale italiana che stava concretizzandosi, ed i sostenitori del potere temporale dei Papi.

Mons. Luigi Biraghi, uomo di grande cultura e profonda vita interiore, fondò l’Istituto delle Suore di Santa Marcellina, per l’educazione della gioventù femminile. L’Istituto, popolarmente detto delle “Marcelline”, fu fondato da mons. Luigi Biraghi nel 1838 a Cernusco sul Naviglio, con la collaborazione di madre Marina Videmari (1812-1891) che ne fu la prima superiora e la continuatrice della fondazione dopo la morte di lui.

Mons. Biraghi consacrò tutte le sue energie, fino all’ultimo, alla formazione spirituale delle sue suore ed all’organizzazione della nuova Congregazione. Morì l’11 agosto 1879 a 78 anni, fu sepolto nella tomba di famiglia a Cernusco sul Naviglio, ma poi nel 1951 le sue spoglie furono traslate nella Cappella della Casa-madre delle Marcelline sempre a Cernusco. È stato proclamato beato il 30 aprile 2006 nel Duomo di Milano.

domenica 27 maggio 2012

“vi ho chiamato amici…”




“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.
Dal Vangelo di Giovanni


“O Gesù, voi siete il solo e vero amico. Voi prendete parte a tutti i miei mali, ne assumete il peso, conoscete il segreto di trasformarmeli in bene, mi ascoltate con bontà quando vi racconto le mie tristezze, e non vi allontanate mai; se sono obbligato a cambiare domicilio, non smetto di trovarvi dove vado; non vi stancate mai di ascoltarmi; non cessate mai di farmi il bene. Sono sicuro di essere amato se vi amo. Non sapete che fare dei miei beni, e non v’impoverite dandomi i vostri. Per quanto meschino io possa essere, uno più nobile, più intelligente, e perfino più santo, non mi toglierà la vostra amicizia. .. voi sopportate i miei difetti con pazienza ammirevole; le stesse mie infedeltà, le ingratitudini, non vi feriscono mai tanto da impedirvi di ritornare, se io lo voglio. San Girolamo (afferma): “un amico, lo si cerca a lungo, lo si trova a fatica, lo si conserva con difficoltà”. … Ma Gesù Cristo si trova facilmente e dappertutto, ed è facile serbarlo”

San Claudio de la Colombiere

Nek: spettacolo ed impegno sociale




Il 30 marzo a Gioia del Colle (Bari), nella splendida cornice del Teatro Rossini, sono stati consegnati i riconoscimenti della quindicesima edizione del "Magna Grecia Awards", premio internazionale ideato dallo scrittore Fabio Salvatore, per valorizzare l’operato di uomini e donne nell’ambito delle diverse forme dell’arte, della comunicazione e del sociale (www.magnagreciaawards.com/). La presidenza onoraria del premio è stata assegnata quest’anno al cantautore Filippo Neviani, in arte Nek, che nel 2010 fu insignito della menzione speciale “Giovanni Paisiello”.
Il Premio è promosso dalla Provincia di Bari e patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Presidenza del Consiglio della Regione Puglia, dalla Fondazione Ente dello Spettacolo, dal Comune di Gioia del Colle, dal Comune di Castellaneta. Quest’anno sono stati assegnati dieci Magna Grecia Awards, ad altrettanti personaggi della cultura, dell’arte e dello spettacolo che si sono particolarmente distinti nel corso del 2011. “Stella di cristallo” per Savino Zaba, conduttore di Raiuno della trasmissione Unomattina-StorieVere, per i traguardi raggiunti in tv, in radio - Radio2 – ed in teatro con lo spettacolo “Beato a chi ti Puglia”, tratto dall’omonimo libro. E poi, il regista Alessandro D’Alatri, la cantante Dolcenera, i giornalisti Alessio Vinci, Carlo Vulpio e Roberto Milone, l’attrice Giorgia Wurth, la scrittrice Catena Fiorello, Dario Cirrone e Don Davide Banzato.
Mi sono appassionato a questo premio – ha dichiarato Nek in occasione delle premiazioni – e al suo messaggio umano, dal significato più intimo, in una società dove tante volte si scappa di fronte alla bellezza ed alla semplicità del quotidiano”. Il musicista e compositore, nato a Sassuolo quarant’anni fa’ e che, ad oggi, ha pubblicato dieci album più due raccolte ed un live, è da sempre molto sensibile all’impegno sociale. Nel 2009, ad esempio, con altri artisti italiani ha dato vita al progetto discografico "Domani 21/04/09", il cui ricavato è stato devoluto a favore dei terremotati dell'Abruzzo. Nel 2010 ha scritto la prefazione del libro di Irene Cianbezi "Quello che gli occhi non vedono" (Editore Sempre, 2010, pp. 120, € 9,00), che raccoglie la testimonianza di una ragazza uscita dal giogo della prostituzione, il cui ricavato è andato a favore dell'Associazione Onlus "Papa Giovanni XXIII", fondata e diretta per quarant’anni da don Oreste Benzi (1925-2007).
A proposito del rapporto fra musica, arte ed impegno sociale gli abbiamo rivolto per ZENIT alcune domande.
Cominciamo dalla prefazione che hai scritto per il libro che celebra una “vita redenta” dalla schiavitù della prostituzione. Cosa intendevi esattamente dicendo che la prima cosa che ti aveva colpito del volume era il suo “profumo”, «un profumo che sa di voglia di vivere, di recuperare una felicità e una libertà negate»?
Nek: Intendevo dire che la libertà, specialmente quella ritrovata dopo una vita vissuta in un tunnel terribile come quello della prostituzione, profuma; come profuma anche la dignità ritrovata di essere umano. La Vita ha un odore meraviglioso.
Come vivi il tuo rapporto con la famiglia?
Nek: Il mio rapporto con la famiglia è viscerale. Lo è con i miei genitori e con mio fratello e continua ad esserlo con quella che ho creato. Con mia moglie, senza la quale difficilmente potrei portare avanti la mia vita in modo equilibrato; con la figlia di mia moglie, che oggi ha quasi 17 anni ed è come un fiore sbocciato e che ho in buona parte cresciuto. Poi Beatrice Maria che mi auguro diventi una donna dai sani principi.
Vorresti parlarci della genesi e del significato del testo della canzone inedita “È con te”, dedicata a tua figlia Beatrice Maria, che hai incluso nel Greatest Hits 1992–2010?
Nek: "È con te" è una spudorata dichiarazione d'amore di un padre verso sua figlia. L'ho scritta prima che Beatrice venisse al mondo immaginandola tra le mie braccia e, come credo faccia la maggior parte dei genitori, fantasticavo sulla nostra vita futura insieme. Il concetto di lei che è la continuazione di me e di mia moglie, sapere che in lei c'è un po’ di entrambi ha fatto scattare la scintilla perché poi nascesse la canzone.
Che ne pensi della svalutazione della maternità e della vita umana nascente che leggi e sotto-culture oggi ormai dominanti nel nostro Paese stanno veicolando?
Nek: Quando penso alla svalutazione della maternità non posso che riflettere sul nemico più grande della società odierna che è il relativismo. C'è l'incalzante desiderio di non prendersi quelle responsabilità che stanno alla base del rapporto umano. Io per natura non sono un pessimista ma trovo che al giorno d'oggi si parla spesso del "valore fai da te"; sulla fede o sul matrimonio che non viene più considerato come apice di un legame. Secondo me troppa libertà genera il caos.
Credi che la musica possa contribuire al recupero, nella vita individuale e sociale, della cultura della vita?
Nek: Credo molto nella musica. Credo che sia un linguaggio che arrivi lontano e che susciti nell'animo umano sensazioni forti tali da portare a porsi certi interrogativi. Credo anche che la musica da sola non basti. Può essere un gran bel pretesto ma poi serve sempre la volontà ferrea per compiere quei fatidici passi importanti. Una canzone può suggerirti il modo migliore per trovare una strada o correggerla ma rimane di ognuno di noi la decisione finale. Se non ci fosse la musica sarebbe un modo vuoto. D'altra parte qualcuno ha detto: "La musica, come la sapienza di Dio, unisce le cose del cielo e della terra".

AUTORE: Giuseppe Brienza
FONTE: ZENIT.org

sabato 26 maggio 2012

S. Francesco di Paola: «La Beata Candida è un ''falso''»




Santa Candida Martire Romana - Milazzo (ME)

«Un’antichissima ed ininterrotta tradizione milazzese ci consegna la figura di Candida, venerata con il titolo di Beata, il cui corpo si conserva presso il Santuario di San Francesco da Paola in Milazzo. Giovane milazzese vissuta nel XV secolo, sarebbe stata una delle prime discepole di San Francesco da Paola, avendo avuto il privilegio di conoscere il Santo durante il suo soggiorno a Milazzo, protrattosi tra il 1464 e il 1468». Così il noto sito internet santiebeati.it riporta fedelmente la tradizione tramandatasi di padre in figlio nella nostra città. Chi, entrando nel Santuario, non rivolge la propria devota preghiera a quella donna minuta e pia che ebbe la fortuna di apprezzare da vicino le doti straordinarie del Santo di Paola?
Oggi un interessantissimo articolo di don Damiano Grenci, studioso di agiografia ed iconografia della santità cristiana, mette in discussione questa consolidata tradizione, suscitando nei Milazzesi non poca sorpresa. Secondo Don Grenci, infatti, il corpo racchiuso nella venerata teca va identificato piuttosto con quello di una Martire delle catacombe di S. Ciriaca in Roma, traslato a Milazzo nel XVIII secolo, come attesta peraltro chiaramente un’antica certificazione di autenticità delle reliquie sottoscritta dal Vescovo di Porfiria nel 1784 e pubblicata qualche decennio fa nella monografia sul Santuario scritta da Vincenzo Messina ed edita dalla Spes del prof. Peppino Pellegrino. Una Martire dei primi secoli della Chiesa di Roma, dunque, non una contemporanea milazzese del Santo di Paola. Candida Martire e non Beata Candida. Un abbaglio attestato peraltro dalla palma tenuta in mano dalla stessa Candida (la palma simbolo del martirio) e, tra l’altro, dalla fattura dell’abbigliamento, identico a quello che riveste i corpi di altri martiri i cui resti sono oggi custoditi in diverse chiese d’Italia e d’Europa (don Grenci cita, ad esempio, il corpo santo di Clementina a Castelguidone, le cui reliquie furono autenticate con un documento identico a quello rilasciato per la Martire di Milazzo nel 1784). L’articolato intervento di don Grenci, che da qualche tempo circola sul web (a tal proposito ringrazio per la segnalazione l’amico Salvatore Salmeri, pescatore di Vaccarella da sempre attento alle tradizioni ed al folklore del rione marinaro), è consultabile online al sito cartantica.it.

MASSIMO TRICAMO da oggimilazzo.it




Beato Pietro To Rot, marito e padre modello







Petro ToRot layperson of the archdiocese of Rabaul; married, born: ca. 1912 in Rakunai, East New Britain (Papua New Guinea), 07 July in Rakunai, East New Britain (Papua New Guinea) in odium fidei.
Pietro To Rot è un catechista della Papua Nuova Guinea, ucciso nel 1945 per essersi opposto alla poligamia; di lui quest’anno si celebra il centenario della nascita. Il vescovo di Rabaul, il bergamasco salesiano Francesco Panfilo, vescovo di Rabaul, propone:«Perché non riscoprire questa figura, marito e padre modello, proprio in vista del VII Incontro mondiale delle famiglie che avrà luogo a Milano?».
Il nome di To Rot a noi dice poco o nulla, ma per la Chiesa della Papua è un’autentica gloria locale: è, infatti, il primo beato di quella terra,elevato alla gloria degli altari, il 17 gennaio 1995 da Giovanni Paolo II.Non a caso, pochi giorni fa i vescovi della Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone hanno compiuto un pellegrinaggio al santuario di Rakunai, paese natale del beato. E in estate sono previsti festeggiamenti per il giubileo che si terranno il 7 luglio, festa liturgica del beato.
Pietro nasce da uncapotribù tra i primi convertiti alla fede cattolica. Dal padre, Angelo, il giovane Pietro eredita le doti del leader, dalla mamma Maria - cristiana fervente - una sensibilità religiosa non comune. In queste caratteristiche, unite alla predisposizione per gli studi, c’è chi vede altrettanti “segni di vocazione” al sacerdozio e immagina di mandare il ragazzo a studiare in Europa. Ma il padre sceglie per Pietro un futuro laicale: a soli 21 anni Pietro Torot è già un catechista valido, prezioso collaboratore dei missionari. Nel 1936, a 24 anni, sposa Paula Varpit, una ragazza di 16 anni, anch’ella molto fervente.
«Ispirato dalla sua fede in Cristo, fu un marito devoto, un padre amoroso e un catechista impegnato, noto per la sua cordialità, la sua gentilezza e la sua compassione»:così nel 1995 papa Wojtyla parlava di Pietro To Rot, aggiungendo che egli «trattò sua moglie Paola con grande rispetto; pregava con lei ogni mattina e ogni sera. Per i suoi figli nutriva un profondo affetto e trascorreva con essi più tempo possibile». Ancora: il beato «aveva un’alta considerazione del matrimonio e, nonostante il grande rischio personale e l’opposizione, difese l’insegnamento della Chiesa sull’unità del matrimonio e sul bisogno di fedeltà reciproca».
Durante la seconda guerra mondiale, infatti, il suo villaggio, Rakunai, venne occupato dai giapponesi, i missionari finirono imprigionati, ma To Rot si assunse la responsabilità della vita spirituale dei suoi concittadini, continuando a istruire i fedeli, a visitare i malati e a battezzare. Quando, però, le autorità legalizzarono la poligamia, il Beato Pietro denunciò fermamente tale pratica. Commenta Giovanni Paolo II: «Egli proclamò coraggiosamente la verità circa la santità del matrimonio. Rifiutò di prendere la “via più facile” del compromesso morale. “Devo compiere il mio dovere come testimone nella Chiesa di Gesù Cristo”, spiegò. Non lo fermò il timore della sofferenza e della morte». Anche durante la prigionia Pietro rimane sereno, persino gioioso, finché viene ucciso con un’iniezione nel luglio 1945 da un medico giapponese.
Commenta mons. Panfilo. «Pietro To Rot, catechista e martire, fu un grande difensore della famiglia e del sacramento del matrimonio. Quest’anno nella diocesi di Rabaul stiamo celebrando il centenario anniversario puntando al rinnovamento della famiglia. E mi auguro che il VII incontro mondiale delle famiglie, in programma a Milano, rappresenti un’occasione per valorizzare questa figura».

AUTORE: Gerolamo Fazzini
FONTE: ZENIT.org