lunedì 31 dicembre 2012

Alla fine dell'anno 2012



Gesù presentato al Tempio
opera del maestro cartapestaio
Pietro Balsamo di Francavilla Fontana (2012)


Noi ti lodiamo, Dio *
ti proclamiamo  Signore.

O eterno Padre, *

tutta la terra ti adora.

 

A te cantano gli angeli *

e tutte le potenze dei cieli:

Santo, Santo, Santo *

il Signore Dio dell'universo.

 

I cieli e la terra *

sono pieni della tua gloria.

Ti acclama il coro degli apostoli *

e la candida schiera dei martiri;

 

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *

la santa Chiesa proclama la tua gloria,

adora il tuo unico figlio, *

e lo Spirito Santo Paraclito.

 

O Cristo, re della gloria, *

eterno Figlio del Padre,

tu nascesti dalla Vergine Madre *

per la salvezza dell'uomo.

 

Vincitore della morte, *

hai aperto ai credenti il regno dei cieli.

Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *

Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

 

Soccorri i tuoi figli, Signore, *

che hai redento col tuo sangue prezioso.

Accoglici nella tua gloria *

nell'assemblea dei santi.

 

Salva il tuo popolo, Signore, *

guida e proteggi i tuoi figli.

Ogni giorno ti benediciamo, *

lodiamo il tuo nome per sempre.

 

Degnati oggi, Signore, *

di custodirci senza peccato.

Sia sempre con noi la tua misericordia: *

in te abbiamo sperato.

 

Pietà di noi, Signore, *

pietà di noi.

Tu sei la nostra speranza, *

non saremo confusi in eterno.

domenica 30 dicembre 2012

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO C)






«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».

L’inquietudine e l’incomprensione di Maria e di Giuseppe, nonostante la loro vicinanza a Gesù, nonostante che siano stati preparati da Dio al compito di accompagnare i primi passi della vita di Gesù, ci riportano a quello che è il nostro atteggiamento di fronte all’opera di Dio in noi e intorno a noi.

Questo avvenimento potrebbe causare rabbia e disillusione, invece come Maria e Giuseppe dobbiamo solo essere stupiti, cioè attoniti, esterrefatti, meravigliati, sbalorditi, sorpresi, strabiliati, stupefatti di ciò che il Signore è capace di fare, e rispondere con un atto di fede.

Certo Maria e Giuseppe “non compresero ciò che aveva detto loro”, ma non ebbero altre obbiezioni, accolsero l’evento con grande fiducia, e Maria “sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”, cioè cercando di comprendere la profondità degli eventi.

Anche noi come Maria e Giuseppe cerchiamo sempre di andare oltre gli eventi e di capirne la loro profondità.
In un mondo che ci educa a cercare ciò che appare dobbiamo imparare da Maria e da Giuseppe a cercare ciò che non si vede: il significato, la motivazione, perché solo così possiamo comprendere ed entrare nelle profondità di Dio e dell’uomo.

Ricordiamoci il dialogo tra il Piccolo Principe e la Volpe:
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi". " L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.


L'inquietudine - Nek
"oltre le cose, oltre le attese ..."
Infine. È interessante il breve dialogo tra i genitori e Gesù. Maria chiama Gesù: “figlio”, Gesù da parte sua risponde ricordando che la sua figliolanza è divina: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
Questa sottolineatura ci rammenta il senso stesso dell’Incarnazione, e ci riporta alla II lettura in cui l’Apostolo Giovanni ci ricorda:
“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Come siamo figli realmente? E come ci trasformiamo fino a diventare simili a Lui?
Lo suggerisce la stessa II lettura:
“crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui”.
L’atto di fede in Gesù, che si realizza concretamente nell’amore fraterno, trasforma noi in veri figli ad immagine del Figlio unigenito, Gesù.

Prima di terminare. La risposta di Gesù ai suoi santi genitori ci richiama infine al senso della vita, alla vocazione che il Padre ci domanda di vivere come piena realizzazione della nostra vita. I genitori cristiani sono chiamati a educare i propri figli alla ricerca della propria vocazione.

Nella liturgia odierna fa eco a tutto ciò la preghiera di Anna al Tempio:

«Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore».

Anche il beato Giovanni Paolo II nella sua Omelia a Nagasaki, il 25 febbraio 1981, affermava:

«Siate aperti alle vocazioni che si sviluppano nel vostro seno. Pregate che come segno di speciale amore il Signore chiami uno o più dei vostri membri a servirlo. Vivete la vostra fede con la gioia e il fervore che incoraggia tali vocazioni. Siate generosi se vostro figlio o figlia, fratello o sorella, decidono di seguire Cristo su questa speciale via. Permettete che la loro vocazione cresca e si rafforzi. Date il vostro pieno appoggio a una scelta liberamente fatta»

La Vergine Madre, Maria, e San Giuseppe, guidino i nostri passi in questa piena realizzazione, così come guidarono i passi del Santo Bambino Gesù. Amen.

Romeo, "pellegrino in viaggio a Roma" (3)





San Romeo di Llívia

Romeo nacque a Llívia, presso Puigcerdà, provincia di Gerona (Spagna), ma non ci è nota la data. Morì a Carcassonne nel 1261, dopo essere stato priore dei conventi domenicani di Lione e di Bordeaux e provinciale di Tolosa. Eccelse nell’osservanza religiosa, nella devozione alla Madonna e nello zelo apostolico. La memoria liturgica si celebra il 21 novembre.


Beato Romeo dA Lucca

Si chiamava Romea la strada che, dal settentrione, menava verso Roma, passando da Lucca, e che per molti secoli costituì “l'autostrada del sole” dei pellegrini diretti verso la città degli Apostoli Pietro e Paolo per beneficiare di particolari indulgenze. Dante, nella Divina Commedia, ricorda la folla dei romei che percorreva nei due sensi il Ponte Sant'Angelo, a Roma, nel primo anno santo, proclamato nel 1300 da Papa Bonifacio VIII.
Anche il Beato Romeo visse nel '300, cioè nel secolo di Dante e delle contese tra Montecchi e Capuleti in mezzo alle quali fiorì, a Verona, l'amore tra Romeo e Giulietta.
Il Beato è un personaggio che la sua vicenda terrena è assai meno nota, anche agli studiosi, di quanto non lo sia la storia del sospiroso e sfortunato Romeo di Verona.
Forse il Beato Romeo è italiano di origine, e appartenente all'antichissimo ordine religioso dei Carmelitani, devoti della Madonna, che proprio in quel secolo conobbero, nelle città italiane, una nuova rigogliosa fioritura di vocazioni e di fondazioni.
La storia del Beato Romeo si confonde con quella di Sant'Avertano, francese della diocesi Limoges e anch'egli carmelitano. Insieme, infatti, i due confratelli furono a lungo pellegrini, prima in Terrasanta, poi a Roma. Fu così che il Romeo di nome fu anche romeo di fatto, cioè pellegrino a Roma, e ci si può domandare se non ebbe tale nome proprio come attributo, per ricordare appunto quel suo devoto viaggio in compagnia di Sant'Avertano.
Secondo alcuni studiosi infatti il Beato Romeo di Lucca è forse il Beato Enrico pellegrino, un carmelitano, che è sepolto a Lucca, alla cui intercessione sono attribuiti molti miracoli. Questa notizia è tratta dal Catalogus Sanctorum dei Carmelitani in cui si parla delle reliquie a Lucca un certo beato Enrico carmelitano e pellegrino (un romeo, appunto!).
Quindi Enrico e Romeo sono la medesima persona (forse!).
Questa teoria fece si che le notizie agiografiche di S. Avertano sono spesso confuse con quelle del beato Romeo, suo compagno nei pellegrinaggi. Per di più poi i due (Avertano e Romeo) sono sepolti insieme a Lucca.
Infatti di ritorno da Roma, Avertano morì a Lucca il 25 febbraio 1380, e sette giorni dopo il suo compagno di viaggio, Romeo, lo seguì nella gloria eterna: il 4 marzo 1380.
È interessante annotare che l’Arcidiocesi di Lucca venera nel suo calendario diocesano due santi romei: Riccardo il Pellegrino (7 febbraio) e Dativo il Pellegrino (3 giugno).
Tornando al Beato Romeo.
A Lucca il 25 febbraio ancora si celebra la sua festa, mentre i Carmelitani la celebrano il 4 marzo.
Il corpo del Beato nel 1513 fu traslato dalla Chiesa di San Pietro fuori le mura, in cattedrale; nel 1646 restituito alla primitiva sede nel frattempo ricostruita in città; nel 1807 fu oggetto di nuova traslazione ed infine dal 1826 riposa con Sant’Avertano nella Chiesa dei Santi Paolino e Donato.
Nel 1842 il superiore generale dei Carmelitani, con conferma della Congregazione dei Riti, emise il decreto di conferma del culto ab immemorabilis.


BIBLIOGRAFIA E SITI

* AA. VV. - Bibliotheca Sanctorum (Enciclopedia dei Santi) – Voll. 1-12 e I-II appendice – Ed. Città Nuova
* C.E.I. - Martirologio Romano - Libreria Editrice Vaticana – 2007 - pp. 1142
* Grenci Damiano Marco – Archivio privato iconografico e agiografico: 1977 – 2012
* Saggi Ludovico – Santi del Carmelo – Ed. Istitutum Carmelitanum Roma, 1972
* Sito web di wikipedia.org

sabato 29 dicembre 2012

Romeo, "pellegrino in viaggio a Roma" (2)





Santità di nome “romeo”

Dopo quanto detto nell’introduzione, cerchiamo tra l’immensità di testimoni del Vangelo, e troviamo nella Bibliotheca Sanctorum al volume XI, alle colonne 345 – 346, due discepoli di Cristo venerati per la loro santità di nome Romeo:

San Romeo di Llívia (XIII secolo)
Beato Romeo da Lucca (di epoca incerta, XIV secolo?)

Prima di raccontare le gesta evangeliche di questi due testimoni definiamo con il testo del Concilio Vaticano II chi è e cosa fa un santo:

“tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l'esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi”. (LG 40)

venerdì 28 dicembre 2012

San Gaspare del Bufalo, prega per noi!






Martirologio Romano, 28 dicembre: A Roma, san Gaspare del Bufalo, sacerdote, che lottò strenuamente per la libertà della chiesa e, anche in carcere, non smise mai la sua opera di conversione dei peccatori alla retta via, in particolare attraverso la devozione al Preziosissimo Sangue di Cristo, in cui onore intitolò le Congregazioni dei Missionari e delle Suore da lui fondate.

Romeo, "pellegrino in viaggio a Roma" (1)





INTRODUZIONE

Dal nome tardo latino Romaeus, che, tratto dal greco Ρωμαίος (Rhomaios), significa letteralmente "romano", "originario di Roma" - in epoca antica, il termine designava qualsiasi persona cittadina dell'Impero Romano.

La sua diffusione come nome proprio, tuttavia, è legata soprattutto alla cultura cattolica del Medioevo, in cui il termine romeo aveva assunto il significato di "pellegrino in viaggio a Roma": in questo senso, i romei erano quei pellegrini che compivano il viaggio verso la città di Roma, cuore della cristianità cattolica. In epoca medievale era anche in uso il nome Borromeo o, per intero, Buon Romeo, che, com'è facile intuire, significa letteralmente "buon pellegrino (in terra romana)". Dal punto di vista semantico, inoltre, Romeo è analogo a nomi quali Palmiro e Pellegrino, anch'essi riferiti ai pellegrini cristiani.

In epoca più moderna, comunque, il nome Romeo deve la sua fortuna soprattutto all'opera shakespeariana, in particolar modo al personaggio di Romeo Montecchi protagonista della celeberrima tragedia Romeo e Giulietta.



BIBLIOGRAFIA E SITI

* AA. VV. - Bibliotheca Sanctorum (Enciclopedia dei Santi) – Voll. 1-12 e I-II appendice – Ed. Città Nuova
* C.E.I. - Martirologio Romano - Libreria Editrice Vaticana – 2007 - pp. 1142
* Grenci Damiano Marco – Archivio privato iconografico e agiografico: 1977 – 2012
* Saggi Ludovico – Santi del Carmelo – Ed. Istitutum Carmelitanum Roma, 1972
* Sito web di wikipedia.org

giovedì 27 dicembre 2012

"a lui fu rivelato il mistero di Dio"





"Ecco Giovanni,
che durante la cena
posò il capo sul petto del Signore: 
apostolo beato,
a lui fu rivelato il mistero di Dio.
Dal cuore stesso di Cristo

attinse l'acqua viva del vangelo:
apostolo beato,

a lui fu rivelato il mistero di Dio".


* Immagine dal trittico dei Santi Giovanni, Paolo e Stefano, Chiesa di S. Giovanni, Vacone (RI)

mercoledì 26 dicembre 2012

Santo Stefano "il salicioto" ...

... è pura fantasia popolare!







Leggendo il paragrafo "I tre Stefano santi", si intuisce bene che come capita nelle isole - vedesi la Sardegna - alcuni santi vengono rivestiti di leggende locali perché si vuole credere che il santo sia un concittadino. In questo caso è chiaro dal testo che è solo una leggenda locale, come dice bene il testo: "non esistono fonti o documenti che comprovano la sua esistenza".
Infine il termine "juniore" significa il Giovane.
Lo stesso termine è usato per identificare S. Melania La Giovane o Juniore


Quindi non è sensato dire che "Dalla commistione di questi due Stefano (il Giovane e il Salicioto) viene fuori la figura di Santo Stefano Juniore". "Il salicito" è solo uno sdoppiamento leggendario che intreccia notizie del "protomartire" con quelle de "il giovane".

"Il salicioto" non è mai esistito.

Il Martire Stefano di Costantinopoli è uno dei santi venerati dai cultori delle immagini sacre.




Martirologio Romano, 28 novembre: “A Costantinopoli, santo Stefano il Giovane, monaco e martire, che, sotto l’imperatore Costantino Coprónimo, sottoposto a vari supplizi per aver difeso il culto delle sacre immagini, confermò con l’effusione del suo sangue la verità cattolica”.

"La carità...

che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato" (S. Fulgenzio)






"Ieri abbiamo celebrato la nascita nel tempo del nostro Re eterno, oggi celebriamo la passione trionfale del soldato.
Ieri infatti il nostro Re, rivestito della nostra carne e uscendo dal seno della Vergine, si è degnato di visitare il mondo;
oggi il soldato, uscendo dalla tenda del corpo, è entrato trionfante nel cielo.
Il nostro Re, l'Altissimo, venne per noi umile, ma non poté venire a mani vuote; infatti portò un grande dono ai suoi soldati, con cui non solo li arricchì abbondantemente, ma nello stesso tempo li ha rinvigoriti perché combattessero con forza invitta. Portò il dono della carità, che conduce gli uomini alla comunione con Dio.
Quel che ha portato, lo ha distribuito, senza subire menomazioni; arricchì invece mirabilmente la miseria dei suoi fedeli, ed egli rimase pieno di tesori inesauribili.
La carità, dunque, che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, innalzò Stefano dalla terra al cielo. La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato.
Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque. Per mezzo della carità non cedette ai Giudei che infierivano contro di lui; per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano. Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero; con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.
Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente, e meritò di avere compagno in cielo colui che ebbe in terra persecutore.
La stessa carità santa e instancabile desiderava di conquistare con la preghiera coloro che non poté convertire con le parole.
Ed ecco che ora Paolo è felice con Stefano, con Stefano gode della gloria di Cristo, con Stefano esulta, con Stefano regna. Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiere di Stefano.
Quanto è verace quella vita, fratelli, dove Paolo non resta confuso per l'uccisione di Stefano, ma Stefano si rallegra della compagnia di Paolo, perché la carità esulta in tutt'e due. Sì, la carità di Stefano ha superato la crudeltà dei Giudei, la carità di Paolo ha coperto la moltitudine dei peccati, per la carità entrambi hanno meritato di possedere insieme il regno dei cieli.
La carità dunque è la sorgente e l'origine di tutti i beni, ottima difesa, via che conduce al cielo. Colui che cammina nella carità non può errare, né aver timore. Essa guida, essa protegge, essa fa arrivare al termine.
Perciò, fratelli, poiché Cristo ci ha dato la scala della carità, per mezzo della quale ogni cristiano può giungere al cielo, conservate vigorosamente integra la carità, dimostratevela a vicenda e crescete continuamente in essa".


* Immagine dal trittico dei Santi Giovanni, Paolo e Stefano, Chiesa di S. Giovanni, Vacone (RI)

lunedì 24 dicembre 2012

Santo Natale 2012





“La Vergine guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che è comparso una volta soltanto sul viso umano. Perché il Cristo è suo figlio, carne della sua carne e sangue delle sue viscere. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrirà il seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. Qualche volta la tentazione è così grande da fargli dimenticare Dio. Lo stringe fra le braccia e dice: “Bambino mio”. Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa: lì c’è Dio, e viene presa da un religioso orrore per quel Dio muto, per quel bambino che incute timore. Questo Dio è mio figlio. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola, un Dio bambino che si può prendere fra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e ride. È in uno di questi momenti che dipingerei Maria se fossi pittore”.
(Jean Paul Sartre)

domenica 23 dicembre 2012

Santa Maria di Roca



Calimera (LE)


Il santuario della Madonna di Roca consacrato nel 1690, venne costruito in seguito al rinvenimento di un’ icona della Vergine  in trono con Bambino, che era stata nascosta dai cittadini di Roca Vecchia di Melendugno durante l’invasione dei turchi. Quella che oggi viene venerata dai fedeli non è l'immagine del rinvenimento, che purtroppo venne trafugata nel 1968, ma una copia. Vi è anche venerata una devota statua processionale in legno.


Melendugno (LE)


Il titolo mariano si è diffuso in Salento in altre due località: Calimera e Vernole.


Vernole (LE)

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)





“si alzò e andò in fretta” (Lc 1)

La Vergine Santa ha una grande agitazione che la sveglia e che lo conduce.

È certo che oramai il suo grembo è fecondo e questa pienezza non la lascia impassibile.

È questo che la rende benedetta tra le donne, perché sollecita nel rispondere alla pienezza del suo grembo.

Una maternità che non rimane nascosta:
“Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo”.

La maternità di Maria richiama la nostra maternità e paternità spirituale. È il desiderio di recare la buona notizia ricevuta dall’angelo che conduce Maria nella casa Elisabetta.

La maternità di Maria è carità: non solo la Madre di Dio custodisce nel suo grembo “l’unigenito figlio di Dio”, ma lo genera con la carità nel suo prossimo.

Se Maria fosse stata preoccupata per il suo stato, per come esso è avvenuto, senza la concausa del suo promesso sposo, sarebbe stata nascosta e non sarebbe andata a gestire la maternità di Elisabetta.
Da qui una domanda.
Cosa da senso ai nostri giorni, e ci fa superare le piccole e grandi preoccupazioni?
La promessa di bene, che abbiamo ascoltato nella I domenica di Avvento, accompagna i nostri giorni così come accompagnò i giorni di Maria?

“E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”

Benedetta sei tu Madre di Dio, che insegni a vivere i nostri giorni nella promessa di Dio.

Benedetta sei tu Madre di Dio, tra i figli di Eva, che ci insegni a custodire i nostri giorni alla luce della provvidenza divina.

Benedetta sei tu Madre di Dio, intercedi per noi affinché liberi in Dio sappiamo alzarci e andare in fretta verso Colui che viene.

Maranatha! Vieni Signore Gesù!.

giovedì 20 dicembre 2012

Santità in Italia, speranza per il 2013


Oggi sono stati firmati i nuovi decreti della Congregazione per la Causa dei Santi.




Sant'Antonio Primaldo e Compagni, Martiri, uccisi il 13 agosto 1480 ad Otranto (Lecce).

Beato Antonio Franco, Prelato Ordinario di Santa Lucia del Mela; nato a Napoli il 26 settembre 1585 e morto a Santa Lucia del Mela (Messina) il 2 settembre 1626.

Venerabile Paolo VI (Giovanni Battista Montini), Sommo Pontefice; nato a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897 e morto a Castelgandolfo (Roma) il 6 agosto 1978

Venerabile Francesco Saverio Petagna, Vescovo di Castellamare di Stabia, Fondatore della Congregazione delle Suore dei Sacri Cuori; nato a Napoli (Italia) il 13 dicembre 1812 e morto a Castellamare di Stabia (Napoli) il 18 dicembre 1878
 


Venerabile Giovannina Franchi, Fondatrice delle Suore Ospedaliere di Maria Addolorata di Como; nata a Como, il 24 giugno 1807 ed ivi morta il 23 febbraio 1872.

Venerabile Claudia Russo, Fondatrice della Congregazione delle Suore Povere Figlie della Visitazione della Beata Vergine Maria; nata a Napoli il 18 novembre 1889 ed ivi morta l'11 marzo 1964.


Riussumendo:
800 santi della Regione Puglia
1 beato della Regione Sicilia
2 venerabili della Regione Lombardia
2 venerabili della Regione Campania


“Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle – disse il Signore ad Abramo -. Tale sarà la tua discendenza” (Gn 15,5). Nessuno è mai riuscito a contare le stelle e mai nessuno potrà contare i discendenti di Abramo: i credenti in Dio, i santi brillano nel cielo spirituale. Ma come gli astronomi continuamente scrutando il firmamento mettono in evidenza corpi celesti eccezionale splendore, così la Chiesa continuamente mostra nuovi e antichi santi all’ammirazione e all’imitazione dei fedeli.

(Madre Anna Maria Cànopi, benedettina)
 

domenica 16 dicembre 2012

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) - GAUDETE





Oggi è quella che nella liturgia di Avvento è detta la “domenica in rosa”: la liturgia propone la possibilità del colore liturgico rosa al posto del viola, per significare e accompagnare il grido di gioia del profeta Sofonia: il giorno della sventura è finito, è l’ora del giorno del Signore.

Dobbiamo essere “sempre lieti”, fa eco a Sofonia l’Apostolo Paolo; frutto di questa serenità interiore è l’amabilità. Se cerchiamo il significato di questo termine nel vocabolario troviamo i sinonimi dolcezza, gentilezza e cortesia.

Possiamo dire che la gioia interiore da come frutto un dimensione umana amabile, cioè gentile, dolce e cortese.

Tutte queste caratteristiche umane e cristiane sono molto rare ai nostri giorni: la frenesia della vita ci fa dimenticare le maniere del vivere amabili, per cui non si chiede il permesso, si è bruschi in ogni dove… e se qualcuno appare gentile e cortese ci risulta strano … quasi non umano!

La gioia del credere deve segnare in noi una umanità nuova, amabile.
Ma la liturgia odierna oltre ad esortarci nel custodire la gioia, ad essere lieti e di conseguenza amabili, ci invita a percorrere la nostra via verso Cristo.

Infatti la provocazione del Battista, ascoltata domenica scorsa, trova in questa domenica un’eco nei suoi ascoltatori e di conseguenza deve trovarlo anche in noi.

“In quel tempo, … interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?»”.
Gli interlocutori sono la folla anonima e senza volto; i pubblicani (quindi i pubblici peccatori, e coloro che a causa del loro lavoro erano facilmente invischiati in traffici loschi – pensiamo a Matteo il pubblicano) e i soldati (che a causa del loro potere erano propensi allo strapotere).
Per ciascuno il Battista ha una risposta che può riportarci all’evento natalizio.

«Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Condividete quello che avete, vivendo del sufficiente senza accumulare in modo frenetico.

Il Figlio di Dio è venuto in mezzo a noi condividendo la nostra dimensione umana e insegnandoci la strada della povertà e dell’umiltà evangelica.

È questa una sferzata contro il consumismo smodato. Contro al ricerca dell’ultimo oggetto di moda o con il tanto eccesso che abbiamo nelle nostre case. Pensate a quante giocattoli hanno in nostro figli e nipoti che poi vengo letteralmente buttati nelle ceste in qualche angolo di casa perché a Natale arrivano i nuovi dono…

«Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Vivete di quello che meritate e non fatevi prendere dalla bramosia dell’avere perché questa come un tarlo corrode la vostra vita e la rende malvagia.

Il Figlio di Dio è venuto in mezzo agli uomini a ripristinare la giustizia, facendosi empio per renderci giustizia.

È questa una sferzata a favore della giustizia sociale. Non posiamo rimanere impassibili di fronte all’ingiustizia sociale. Questo vuole dire fare scelte a favore della giustizia sociale. Pensiamo ad esempio all’acquisto equo e solidale, ma anche ai prodotti sotto costo che arrivano da luoghi del mondo dove non c’è giustizia sociale.. non dobbiamo alimentare questo tipo di mercato.

«Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Non usate il vostro potere per servirvene contro altri, avete uno stipendio vivete del vostro stipendio con serenità senza compiendo opere di ingiustizia per arricchirvi a scapito di coloro che servite.

Il Figlio di Dio è venuto in questo mondo come colui che serve insegnando che il potere è servizio per il bene comune. Ricordiamo a tal proposito la lavanda dei piedi.

Altro sferzata. Dobbiamo ricordarci che ogni nostro ruolo sociale ed ecclesiale è un servizio e non un potere per averne vantaggi. Dobbiamo eliminare tutte quelle dimensioni sociali che hanno il gusto di mafiosità e omertosità, la nostra cultura ne è piena: se non la mafia, la camorra, l’’ndrangheta ogni altra forma di malavita non trovava terreno fertile.

Concludo con il pensiero del servo di Dio Paolo VI:
“Rallegratevi nel Signore, perché egli è vicino a quanti lo invocano con cuore sincero … Gli uomini devono evidentemente unire i loro sforzi per procurare almeno il minimo di sollievo, di benessere, di sicurezza, di giustizia, necessari alla felicità, a numerose popolazioni che ne sono sprovviste. Una tale azione solidale è già opera di Dio; essa corrisponde al comandamento di Cristo. Essa procura già la pace, ridona la speranza, rinsalda la comunione, apre alla gioia, per colui che dona come per colui che riceve, perché vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.

venerdì 14 dicembre 2012

San Giovanni della Croce

Venerdì della II settimana di Avvento






«A chi posso paragonare questa generazione?». (Mt 11)

La generazione a cui riferisce Gesù è quella di sempre. Ieri come oggi.
In ogni tempo c’è sempre un malcontento per quello che è passato.
C’è sempre una nostalgia idealizzata di ciò che si è vissuto.
Spesso quanta sofferenza vivono i sacerdoti a causa dei fedeli che hanno la nostalgia del passato.
E magari quando quel passato era presente si lamentavano ugualmente.

Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!” (Mt 11)

Voglia sempre quello che non c’è!
Oggi nevica vogliamo l’estate. Arriva la calura di agosto e voglio la neve di dicembre, siamo sempre incapaci di accogliere il presente come la possibilità che abbiamo.

“È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” (Mt 11)

Giudichiamo con i paraocchi: Giovanni non era solo colui che faceva penitenza, ma era anche colui che invita ad accogliere il Figlio dell’uomo che stava arrivando, eppure l’hanno giudicato come un folle (“è indemoniato”); Gesù era il Figlio dell’uomo eppure lo hanno giudicato come poco di buono perché “mangia e beve”.
Così facciamo con i sacerdoti: se mangia è un ciccione; se non mangia è un mal mostoso.
Non abbiamo mai criteri sapienti: che sappiano vedere oltre la possibiletà che ci è data.

“Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie” (Mt 11)

Eppure il bene che si nascondeva in Gesù e in Giovanni si è rivelato: chi l’ha voluto incontrare, senza anteporre un pregiudizio, ha conosciuto la salvezza che si rilevava in quell’incontro.

Siamo così richiamati a non cercare quello che non c’è!
Siamo richiamati a vivere il tempo che ci è dato come tempo di salvezza!

Facciamo guidare dal Signore, come abbiamo ascoltato nella prima lettura:
“Io sono il Signore tuo Dio che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare” (Is 48)

Giovanni della Croce, che oggi ricordiamo, in questo venerdì della II settimana di Avvento, ebbe a subisse dolorose incomprensioni da parte dei confratelli di Ordine e di Riforma a causa della sua vocazione e del suo ruolo profetico nella Chiesa del XVI secolo.

Giovanni (nato a Fontiveros, Spagna, nel 1542 – morto a Ubeda, Spagna, il 14 dicembre 1591: cioè 421 anni fa) è fra i grandi maestri e testimoni dell’esperienza mistica del secolo d’oro della Chiesa di Spagna.
Entrato nel Carmelo con il nome di Fra Giovanni di San Mattia, ebbe un’accurata formazione umanistica e teologica.
Poco prima di essere ordinato sacerdote, l’incontro provvidenziale con una monaca carmelitana di nome Teresa di Gesù (Teresa d’Avila), di quasi trent’anni più anziana di lui.
Teresa espose a Giovanni il proprio progetto di riforma. Giovanni accettò.

Nel 1568, Teresa finalmente riuscì a fondare il primo convento maschile, a Duruelo, presso Avila. Giovanni (che da questo momento si chiamerà Giovanni della Croce) iniziava così una forma di vita religiosa, condividendo con Teresa l’ideale di riforma della vita carmelitana. Anzi fu lei stessa a cucirgli il primo saio di lana grezza. Nascevano così i Carmelitani Scalzi.

Tutto questo, che oggi è dono di Dio, fu visto all’epoca come follia e opera diabolica.
Ma come dice il Vangelo di oggi:
“Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie” (Mt 11)

Bisognerebbe qui spiegare tutta l’opera riformatrice di Teresa d’Avila, ma possiamo dire che se Teresa (che aveva protettori molto in alto, addirittura il re Filippo II) non venne toccata, la cattiveria umana si scatenò contro il povero Giovanni.

Per ordine superiore, sotto l’accusa di essere un frate ribelle e disobbediente, fu arrestato e incarcerato in un convento a Toledo. Gli lasciarono in mano solo il breviario. Fu maltrattato, umiliato e segregato in un’angusta prigione, con poca luce e molto freddo. Nove mesi di prigione: a pane e acqua (e qualche sardina), con una sola tonaca che gli marciva addosso, con il supplemento di sofferenza (flagellazione) ogni venerdì nel refettorio davanti a tutti.
Divorato dalla fame e dai pidocchi, consumato dalla febbre e dalla debolezza, dimenticato da tutti.

Ma non dimenticato da Teresa – che protestava con chi di dovere - e lo stesso Signore era misticamente con lui.
Alla vigilia dell’Assunta del 1578, fuggì coraggiosamente dal carcere, rischiando seriamente la vita, qualora fosse stato preso.
Le sofferenze inaudite di 9 mesi di carcere non furono vane. Infatti, due anni dopo, i Carmelitani Scalzi ottennero il riconoscimento da Roma, che significava autonomia.

“Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie” (Mt 11)

Giovanni della Croce era finalmente libero di espletare il suo ministero con tutte le sue qualità di cui era dotato, influendo positivamente tutti.

Dopo il suo cammino di croce, abbracciato per puro amore, ebbe le più alte illuminazioni mistiche di cui è cantore e dottore nelle sue opere: «La salita al monte Carmelo», «La notte oscura dell’anima», «Il cantico spirituale» e «La fiamma viva di amore».

Giovanni della Croce consumato nell’amore per Dio e per la Chiesa, arrivo a vederlo faccia a faccia 14 dicembre 1591 in Andalusia, a Ubeda.

Fu canonizzato da Benedetto XIII nel 1726, dichiarato dottore della Chiesa da Pio XI nel 1926, e Giovanni Paolo Il nel 1993 lo ha nominato patrono dei poeti in lingua spagnola.

Concludo. Ad una monaca che gli aveva scritto accennando alle difficoltà che egli aveva sofferto rispose:
“Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore”.
Un consiglio decisamente valido ancora oggi, per tutti.


giovedì 13 dicembre 2012

Santa Lucia di Siracusa

Giovedì della II settimana di Avvento




“Io sono il Signore, tuo Dio,
che ti tengo per la destra
e ti dico: «Non temere, io ti vengo in aiuto»”. (Is 41)

Queste parole del profeta Isaia sembrano rivolte alla Martire Lucia che oggi ricordiamo nella liturgia.

Santa Lucia, dal nome evocatore di luce, martirizzata a Siracusa sotto Diocleziano (nel 304), fa parte delle sette donne menzionate nel Canone Romano. Il suo culto universalmente ed è diffuso in tutto la Chiesa già dal V secolo.

Un nome che evoca luce, così come il giorno che stiamo attendendo: il Santo Natale di Gesù, il Dio con noi.

Gesù si fa “piccolo” per l’Avvento dei Regno dei Cieli, dalla sua nascita alla sua morte; così è "piccolo" Giovanni Battista; così è "piccola" Lucia di fronte ai suoi carnefici.
Così siamo chiamati noi ad essere "piccoli" per il Regno dei Cieli per essere grandi.

Ma qual è la piccolezza evangelica che ci viene richiesta?
Quella dell’obbedienza amorevole al Padre.

La Vergine e Martire Lucia interceda per noi in questa cammino di comprensione della novità del Vangelo.

mercoledì 12 dicembre 2012

Nostra Signora di Guadalupe

Mercoledì della II settimana di Avvento





Gesù ci invita: Venite a me, voi tutti”.
Egli si propone come la misura per la vita.
Non impone solo delle leggi da osservare ma egli stesso di sottomette alla legge per essere egli stesso la legge.
Ecco perché egli può dire “imparate da me”.
La misura del suo giogo è l’amore umile e mite (cioè obbediente alla volontà del Padre): questo lo rende dolce e leggero, perché l’amore obbediente è sempre un giogo leggero e mai un’oppressione che stanca e sfianca.

Gesù non vuole schiacciarci: non si aspetta che noi ci trasformiamo dall’oggi al domani, ma che noi siamo pronti a imparare da lui qualche cosa.

È questo il passo dell’evangelizzazione che penetra pian piano in noi e attraverso di noi nella nostra cultura e società.
È ciò che accadde dopo il 1531 in Messico.



L'apparizione del dicembre 1531, della "Morenita" all'indio Juan Diego, a Guadalupe, in Messico, è un evento che ha lasciato un solco profondo nella religiosità e nella cultura messicana. L'evento guadalupano fu un caso di “inculturazione” miracolosa: meditare su questo evento significa oggi porsi alla scuola di Maria, maestra di umanità e di fede, annunciatrice e serva della Parola, che deve risplendere in tutto il suo fulgore, come l'immagine misteriosa sulla tilma del veggente messicano.

La Dolce Signora che si manifestò sul Tepeyac non vi apparve come una straniera. Ella infatti si presenta come una meticcia o morenita, indossa una tunica con dei fiocchi neri all’altezza del ventre, che nella cultura india denotavano le donne gravide. È una Madonna dal volto nobile, di colore bruno, mani giunte, vestito roseo, bordato di fiori. Un manto azzurro mare, trapuntato di stelle dorate, copre il suo capo e le scende fino ai piedi, che poggiano sulla luna. Alle sue spalle il sole risplende sul fondo con i suoi cento raggi.

Alla scuola di Maria, “stella dell’evangelizzazione dei popoli e sostegno dei poveri”, viviamo il nostro cammino di adesione a Cristo: portando il suo giogo con umiltà e mitezza di cuore.
Amen.