giovedì 2 settembre 2010

Rocco e i suoi fratelli (2)





PRIMA PARTE
San Rocco Il Pellegrino

“Ognuno - ha affermato il Papa, all’udienza generale di mercoledì 26 agosto 2010 - dovrebbe avere qualche santo che gli sia familiare, per sentirlo vicino con la preghiera e l’intercessione, ma anche per imitarlo. Siate certi che diventeranno buone guide per amare ancora di più il Signore e validi aiuti per la vostra crescita umana e cristiana”.

“Come sapete – ha continuato –, anch’io sono legato in modo speciale ad alcune figure di Santi: tra queste, oltre a san Giuseppe e san Benedetto dei quali porto il nome, e ad altri, c’è sant’Agostino, che ho avuto il grande dono di conoscere, per così dire, da vicino attraverso lo studio e la preghiera e che è diventato un buon ‘compagno di viaggio’ nella mia vita e nel mio ministero”.
Ognuno di noi hai sui “compagni di viaggio”!

Se penso alla mia vita, il Signore mi ha dato come “accompagnatore” nel cammino della vita, il santo Pellegrino di Montpellier. Lui è stato un vero viaggiatore, un giovane come altri del suo tempo (nato nel 1345/1350 e morto nel 1376/1379). Come ogni giovane sarà arrivato all’età delle domande esistenziali: “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Cosa devo fare della mia esistenza? A cosa sono chiamato, per non sciupare malamente i talenti che il Signore mi ha donato e per farli fruttare in modo positivo?”. Da qui le scelte di povertà evangelica, sulla scia del francescanesimo nascente, e la decisone di farsi pellegrino e si mettersi in marcia verso Roma. Un viaggio del cuore! Nel suo cuore, ma anche nel cuore di ogni uomo che incontrerà, facendosi pellegrino di Misericordia. In lui si rende viva la parabola evangelica del Buon Samaritano.
Questo suo viaggio diventa, non un caso, oppure un gesto tipico del suo tempo (riscoperto nella nostra epoca!), ma il compimento del suo destino.

Guardare la santità, significa ricordarsi che “Gesù è venuto a comunicarci che non siamo fatti solo di terra, siamo fatti anche di Cielo”. (Mons. Francesco Lambiasi).

Della vita San Rocco De La Croix, popolare guaritore di appestati vissuto nel Milletrecento, si hanno poche notizie precise e i pochi dati concreti si mescolano a episodi leggendari e avvolti nel mistero. Nato a Montpellier, come dono di Maria Santissima alla sua famiglia, rimasto presto orfano, Rocco distribuisce tutti i suoi averi ai poveri e parte in pellegrinaggio diretto a Roma. Giunto ad Acquapendente, vicino Viterbo, si ferma ad assistere i malati di peste in un ospedale, dimostrando eccezionali capacità taumaturgiche. Si reca in varie altre città per svolgervi lo stesso servizio curativo e poi raggiunge Roma dove incontra il Papa. Sulla via del ritorno, si ammala di peste e si ritira in campagna nelle vicinanze di Piacenza. Una volta guarito, riparte ma a Voghera viene arrestato come spia e rinchiuso in prigione. Qui vi rimane sino alla morte, avvenuta cinque anni più tardi.
Le biografie più attendibili dicono che, quando la morte di lui era ormai prossima, avvisato da un angelo, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; il messaggero celeste continuò a confortarlo e il volto del santo diventò raggiante, mentre una grande luce illuminava la cella. Ricevuti i sacramenti, desiderò di essere lasciato solo; ma il sacerdote, stupefatto, corse ad avvisare il governatore di quanto stava accadendo, mentre il carceriere, altrettanto sbalordito, chiamò altre persone e rivelò i prodigi di cui era stato testimone. Nel frattempo, Rocco, pregò Dio di concedergli una grazia: tutti coloro che avrebbero invocato, nel nome di Cristo, la sua memoria, sarebbero stati sanati dalle malattie. Infatti, vicino al suo corpo verrà trovata una tavoletta sulla quale è scritto: “Coloro che colpiti dalla peste, ricorreranno al nome e all’intercessione di Rocco, saranno liberati dal male”. Secondo alcune fonti, poi, insieme a questa tavoletta c’era anche una breve storia della sua vita nella quale era svelato il suo nome. Comunque, quando la porta della cella venne riaperta, il santo era già morto: era il 16 agosto, cioè il giorno dopo la festa dell’Assunzione di Maria Vergine al cielo.
Tutte le antiche fonti riportano, infine, un vero e proprio colpo di scena. Infatti, mentre il governatore viene portato a conoscenza dei fatti accaduti, sua madre, molto anziana, sussulta quando sente dai testimoni questa affermazione: “Sul petto del defunto vi è incisa una croce…” Da questo particolare, ne avrebbe intuito la vera identità. Commossa, ricordando la stretta parentela, disse: “È il figlio di messere Jean di Montpellier!” Con molta probabilità era una parente della mamma di Rocco, la quale era originaria della Lombardia. Così, il governatore, pentito e amareggiato, organizza, nella città di Voghera, una sontuosa cerimonia funebre, fa seppellire il nipote con tutti gli onori in una splendida tomba e costruendovi poi attorno una chiesa. Negli archivi storici di Voghera, nell’elenco delle festività (inserito nella raccolta degli “Statuti Civili e Criminali” completati fino al 1389 e approvati da Gian Galeazzo Visconti il 25 febbraio 1391), figura anche quella di san Rocco. Questo lascia supporre che la festa fosse ormai già consolidata da qualche tempo nella tradizione della città: siamo a soli tre anni dalla morte del santo o al massimo sei. Poi, un certo monsignor Manfredi, in una sua storia cittadina, ricorda che nel 1388 i Visconti vollero fare a Voghera una solenne processione al fine di chiedere l’intervento divino a favore di Padova (da poco entrata a far parte dei loro domini) per salvarla dalla peste. Il culto di san Rocco, invece, nella città di Montpelier, sembrerebbe risalire a molti anni dopo: questo è provato da un atto d’archivio del 1440.
Per quanto riguarda la canonizzazione del santo pellegrino, è bene tenere presente una indicazione dello storico François Pitangue. Egli parla di un testo del 16 luglio 1629, nel quale il Papa Urbano VIII, citando una lunga serie di indulgenze accordate all’invocazione di san Rocco, si mette, con tutto il popolo romano, sotto la sua speciale protezione contro le epidemie… Successivamente, il 26 ottobre, avrebbe dichiarato l’autenticità delle virtù eroiche del santo taumaturgo.

A partire dalla prima metà del XV secolo il culto di San Rocco da Montpelier si diffonde in tutta Europa e sorgono in suo onore numerose confraternite, ospedali e chiese: è la speranza di protezione contro morbi ritenuti invincibile a indurre la gente a rivolgersi al Santo che seppe sconfiggere la peste. L'interesse degli artisti del XV secolo per San Rocco, è testimoniato dalle numerose opere d'arte presenti nelle città di tutta Europa. Pittori e scultori hanno raffigurato il Santo, generalmente, di aspetto giovane.


SAN ROCCO E I SUOI ATTRIBUTI ICONOGRAFICI
Nella schiera dei Santi e dei Beati, San Rocco spicca per gli attributi inconfondibili che connotano la sua vita di apostolato tra i malati: il cane, il pane, il bastone, l'Angelo, la zucca, il sanrocchino, la conchiglia, la piaga, la tavoletta e meno frequentemente la Corona del Rosario, la Croce rossa, la Corona e il Libro.




Il cane fu per il Taumaturgo il segno tangibile della Provvidenza Divina che lo soccorreva nelle condizioni di bisogno estremo. È simbolo della sua fedeltà alla chiamata divina e della fedeltà di Dio verso i suoi figli.



Il pane fu il sostegno nella famosa pausa a Piacenza, dove il Santo si isolò perché malato. Un cane gli portava l’alimento, prelevandolo dalla mensa del suo padrone Gottardo. È il simbolo dell’Eucarestia, sostegno nel cammino della vita.




Il bastone richiama le marce lunghissime del pellegrino, con cui esercitò la carità in maniera insigne ed eroica, lenendo piaghe fisiche e morali, asciugando lacrime e consolando il dolore degli uomini. È simbolo del pellegrinaggio della vita, un cammino verso l’Eterno.



L'Angelo Celeste è l'anello che congiunge l'esperienza terrena del Santo alla presenza Divina che infonde coraggio, specie nei momenti di sofferenza solitarie e di umana ingratitudine. È simbolo della presenza Divina, che accompagna i passi del quotidiano.



La zucca (e la borraccia) richiama ancora una volta il pellegrinaggio, custodiva l’acqua per lenire l’arsura nel cammino. È simbolo della sete del divino che c’è in ogni uomo.



Chiesa Parrocchiale di Dorno (PV)

Il sanrocchino è sempre un abito legato al pellegrinaggio, mantello corto di tela, che serviva a proteggere dalle intemperie. È simbolo della protezione divina e del senso della come pellegrinaggio verso l’Eterno.


La conchiglia ricorda il pellegrinaggio a Santiago. Ogni pellegrino che si recava in Galizia prelevava la conchiglia dalle spiagge, come segno dell’avvenuto pellegrinaggio. È simbolo della perseveranza: la vita di fede è per il discepolo è un cammino di fedeltà rinnovabile nelle cadute.



La piaga ricorda il morbo della peste che il Santo contrae nei pressi di Piacenza. La carità non è un donarsi con parsimonia, ma totalmente, fino al dono totale di se. È simbolo della carità cristiana.





La tavoletta fa memoria della scena agiografica in cui si racconta della grazia chiesta nel momento della morte da San Rocco: Il Signore accoglie la preghiera sincera dei suoi figli: Rocco anche in morte si mostra uomo di Carità. È simbolo della comunione dei Santi e quindi della preghiera di intercessione.


Cattedrale di Como

La Corona del Rosario, presente solo in alcune icone del Santo, ricorda la sua vita di preghiera: preghiera del Rosario che nasce proprio nel periodo storico in cui visse Rocco di Montpellier. È simbolo della preghiera cristiana semplice e quotidiana.


La “Croce rossa”, presente solo in alcune immagini del Pellegrino francese, ricorda la voglia a forma di croce che aveva sul petto fin dalla nascita. È simbolo della predilezione divina ad essere Apostolo di Carità.




La Corona, presente in modo particolare in un dipinto di Pietramelara (CE), ricorda, secondo la tradizione, l’origine nobile del Santo. È simbolo della corona di gloria che va conquistata in Cristo attraverso le opere della fede e della carità.



Il Libro, presente in modo particolare nella statua di San Sostene (CZ), ricorda la capacità del Santo di mettersi alla scuola di Cristo, il Gesù dei Vangeli. È simbolo della sequela cristiana, che attinge la sua Verità nella Sacra Scrittura.

Ci sono poi altri simboli iconografici, ma che hanno una rilevanza relativa come: malati, borsa da viaggio, e cappello parasole. Essi richiamano nel loro insieme l’apostolato pellegrinante, caritativo e consolatorio di San Rocco.

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opera di Giulia Procopio


LE RELIQUIE DI SAN ROCCO E IL LORO CULTO
Rocco muore a Voghera. Il Martirologio Romano così scrive: “In Lombardia, san Rocco, che, originario di Montpellier in Francia, acquistò fama di santità con il suo pio peregrinare per l’Italia curando gli appestati”.

Un documento consolare dell’archivio cittadino, datato 27 febbraio 1469, parla di una perizia del corpo di san Rocco, nella chiesa di Sant’Enrico, richiedendo l’autorizzazione al vicario vescovile venuto espressamente in città. Ma, nel 1485, avvenne il furto delle reliquie del santo. Nel trafugamento, vennero dimenticate dal ladro o lasciate volontariamente per una sorta di scrupolo, alcune ossa di un braccio. Altra puntualizzazione è datata A.D. 1494: “Nella chiesa di San Rocco si conserva una cassa in noce, tarlata alle estremità, di centimetri 88x43, alta centimetri 34, in forma di cofano, nel cui spiovente anteriore si apre un foro rettangolare di centimetri 26x14… Nell’interno vi si trovò un cartoncino, sul quale è scritto a stampatello: “Hic iacuit corpus sancti Rochi”, e un foglio con le seguenti parole: “Questa è la cassetta che fu ritrovata nelle mura della chiesa di San Rocco quale era stata di noce foderata di fustagno con due fortissime chiavi serrata, dentro la quale vi è stato il corpo di detto san Rocco et questo per scrittura del 1497”.
Per quanto concerne il furto delle reliquie di san Rocco, esistono versioni diverse di questa poco edificante impresa, ma la più nota è quella di Giorgio Fossati, che ce l’ha tramandata nella sua biografia di san Rocco edita nel 1751. L’antefatto del furto va ricercato nella profonda devozione al santo assai sentita anche a Venezia, soprattutto per via della locale Confraternita di San Rocco. Il Ministro della Confraternita, la cosiddetta “Scuola di San Rocco”, era Tommaso Alberti mercante veneto, il quale commissionò il furto.
È il 1485, il 29 aprile, il sacro Corpo fu esposto alla pubblica venerazione. Da questa squallida vicenda derivarono comunque conseguenze di ben altro valore. Venne costruita una nuova chiesa fu già in condizione di essere aperta al culto nel 1489; il 3 marzo 1490 vi fu domiciliato il corpo di san Rocco e il l° gennaio 1508 l’edificio fu consacrato. La devozione popolare fu grandemente risvegliata da queste lodevoli iniziative e il culto del santo si rafforzò per secoli.
A Voghera, intanto, il sacrilegio fu scoperto solo il 16 maggio 1485, perché il ladro aveva provveduto a rimettere in ordine l’altare profanato e a cancellare ogni sua traccia. Si vede che non esisteva la televisione! Ma si fece nulla, ormai tutto era avvenuto. Solo nel 1494 furono casualmente ritrovate le due ossa del braccio, sfuggite al furto e ancor oggi venerate nell’attuale chiesa di San Rocco, riedificata su quella più antica di Sant’Enrico nel XVI secolo.



OMELIA
San Sostene (CZ), 16 agosto 2010

"Guardiamo i santi, ma non soffermiamoci troppo a contemplarli, piuttosto contempliamo con loro Colui la cui contemplazione ha riempito la loro vita (...) Prendendo da ciascuno quel che ci sembra più conforme alle parole e agli esempi di nostro Signore Gesù, nostro solo e vero modello".

Così scrive un autore spirituale del XIX – XX secolo.
È dal 1817, che gli occhi di generazioni contemplano questa sacra immagine del Pellegrino santo e caritatevole di Montpellier!

Sono quasi 200 anni, che Egli ci guarda e ci dice di guardare, ponendosi a lato della mensa eucaristica, Colui che fu in Lui l’origine della sua carità.

Noi infatti non possiamo imitare i santi, lo stesso San Rocco, essi sono unici doni dello Spirito; noi nei santi siamo stimolati a conformarci a Cristo, e in questo “assomigliamo” a qualche santo.
Ma ora poniamo lo sguardo su questa sacra immagine!
Nel suo BASTONE noi ricordiamo il suo cammino di carità e di fede; egli pellegrinò a Roma per attingere la Verità della sua vita nella fede della Chiesa: testimoniata  dagli Apostoli e dai Martiri.
Ma quel BASTONE è anche segno del destino della nostra vita: noi siamo in cammino verso il Cielo! La sua intercessione ci aiuti a vivere già su questa terra una vita che abbia il gusto del Cielo.
Ma il gusto del Cielo non si inventa!
Quel LIBRO che Egli porta con se, ci rammenta che la vita, sua e nostra, deve essere in continuo confronto con la Parola di Dio, la quale ci dice la misura del Cielo.
Quindi ascoltiamo la Parola di Dio, “mastichiamola” ogni giorno, facciamoci dire dalla Parola qual è la misura del Cielo: cosa è il bene e cosa è il male!
Infine quel CANE. Egli è simbolo di fedeltà: Dio è fedele con i suoi figli, e la sua fedeltà è oltre ogni misura pensabile.
Dio ama di amore eterno l’uomo, e lo spinge, lo innalza a vivere di amore eterno!
Anche Rocco di Montpellier fu innamorato dell’Amore, così visse e lo ricordiamo come strumento della Carità.
Poi il nostro piccolo cagnolino porge un pane: la fedeltà di Dio si fece “cibo”, si “fece carne” in mezzo a noi! La fedeltà di Dio è Gesù.
La nostra vita avrà il gusto del Cielo nella misura di un confronto quotidiano con la Parola di Dio e nella Grazia di una vita sacramentale che è cibo di vita eterna e perdono riconciliante. Sarà Cielo, se sarà in Gesù!

Lo Spirito Santo che guidò i passi di San Rocco, guidi i nostri in una gara verso il Cielo, affinché già da ora il Cielo sua sulla terra.
Amen!